Mission… impossible

A distanza di più di un mese dal rientro di Mission Kenya 12 continuo a sfogliare le foto e i video sul mio cellulare per curare l’inevitabile nostalgia che assale ogni volta che si rientra dall’Africa… il famoso “mal d’Africa” esiste davvero.

È la terza volta che torno da quel Continente magico e ogni rientro è sempre diverso, solo la sensazione di vuoto è la stessa e anche la nostalgia delle tue compagne di missione con le quali hai condiviso ogni singolo momento del viaggio: le lacrime che cerchi di nascondere inutilmente quando arrivi in un villaggio (anche se ci ripetiamo in coro “restiamo ciniche”, non funziona mai), i nervosismi, gli stupori davanti ad un improvviso arcobaleno dopo la pioggia, i continui consigli per non farsi male, per non star male durante le giornate per via di animali – febbre improvvisa o cibo che potrebbe non essere digerito, le camminate tra i sentieri di terra fianco a fianco sotto il sole cocente, i balli, i canti e le grasse risate a fine giornata guardando magici tramonti.

“Difficilmente ci capita di incontrare team così uniti e empatici” e a queste parole scappa la lacrima nella penombra della saletta dei missionari, poco prima di salutarli. IMPOSSIBILE che 4 donne riescano a far squadra? No, non qui in Kenya.

Sono partita completamente senza aspettative, era la prima volta in Kenya per me e mi sono detta: “Giorgia sii una pagina bianca: lascia che il Kenya scriva in te ciò che vuole, lo valuterai al rientro”. Ed è stata una mossa vincente: tutto è stato troppo oltre ciò che poteva essere: tutto davvero impossibile.

Impossibile sostenere l’emozione di riabbracciare i tuoi amici che si sono trasferiti in Kenya ormai da anni e dei quali non potevi immaginare nulla della loro quotidianità. Impossibile viaggiare così tante ore e per così tanti km in terra Samburu senza riuscire a vedere nemmeno un elefante (le uniche in tutto il Kenya!).

Impossibile respirare quando ti ritrovi nella casa dei piccoli ospiti disabili dello SHERP: ti manca il fiato quando li incontri, quando tentano di sorriderti malgrado i loro problemi neurologici, ti manca il fiato quando dalle loro carrozzine sfasciate allungano una mano per conoscerti. Ti manca il fiato da quando arrivi a… per sempre.

Impossibile non piangere quando varchi la porta di una casa nelle baraccopoli di Nairobi e dopo anni di racconti che ascolti solo in sede FTC, finalmente incontri Rosemary, quella donna che cerca di combattere lo stigma dell’HIV con forza, coraggio e costanza. Per me ormai una vera eroina del Kenya.

Così come è davvero impossibile credere che ci siano persone come John, Mary e Ester che riescono a condurre una vita dignitosa malgrado le case di fango in cui sono costretti a vivere con tutta la famiglia. La loro voce, calma e gentile, mentre raccontano le ultime della giornata senza mai un lamento ti spiazza.

È impossibile non affezionarsi ai padri della missione – Yumaral, Carlos, John, Steve e Memo – che ci hanno ospitato con tanta premura, come se ci conoscessero da sempre; così come è impossibile non restare senza parole quando ti portano in cima ad una roccia che si affaccia sull’infinito della savana.

Impossibile fermare il cuore quando vedi arrivare vicino a te un bambino che ti chiede acqua potabile invece di una caramella, impossibile come riesci a gustarti un piatto di capra stufata anche se sei sommerso di mosche. Impossibile è anche entrare nel mercato delle mamas e non comprare almeno dieci dei loro manufatti in perline.

Te lo hanno raccontato molte volte, hai visto anche mille slide, ma quando arrivi all’ospedale di Maralal ti sembra impossibile che i pazienti dormano tranquillamente in due in un lettino con solo la loro coperta personale a disposizione. Ti sembra impossibile che medici e infermieri possano curare così tanti pazienti con così pochi mezzi a disposizione.

Così come sembra impossibile che chiunque sorrida e balli, malgrado l’estrema povertà in cui versi la propria vita… eppure è così… al punto che capita che ti senti anche a disagio e fuori luogo proprio tu, però poi per magia inizi a sorridere e ballare con loro.

Impossibile, ma vero. Continuo a guardare le foto e ritrovo tutto questo: ciò che non credevo minimamente possibile, in Kenya per magia lo è.

Una missione impossibile o forse semplicemente una missione in Kenya, terra che trasforma tutto in forza e speranza. Una missione dalla quale è davvero difficile tornare: ti scombussola i piani, le priorità, il modo di vivere le giornate, ancor più con un rientro nel periodo di Natale che ti accoglie con un consumismo sfrenato, guerre nuove e odio, pensieri superficiali e problemi che in realtà non sono problemi.

Onestamente (lo dico sempre quando rientro) vorrei essere rimasta giù più a lungo, magari passare un Natale in Kenya per assaporare anche lo spirito natalizio africano, dove sono certa che siano importanti altre cose: gli sguardi e le persone.

In Kenya ti si ascolta anche se si parla in una lingua diversa e incomprensibile, nessuno viene lasciato indietro; se stai camminando da ore su un sentiero con una cesta piena di legna, stai certo che qualcuno ti darà un passaggio prima o poi. Se hai fame e non hai più nulla, qualcuno dividerà il suo chapati con te, se sei malato, qualcuno proverà a curarti in qualche modo. Se hai voglia di raccontarti, qualcuno ti offrirà un té e se non sai dove sbattere la testa, qualcuno ti consolerà.

Questo ho trovato in Kenya e non era ancora Natale.
Questo è per me lo spirito natalizio: prendersi cura dei bisogni di chi abbiamo accanto e per far questo, sono certa che non ci sia bisogno di aspettare Natale e nemmeno di arrivare fino in Kenya.

È ancora difficile per me, dopo un mese, accettare quel che vedo e sento qui, ma ho la consapevolezza per lo meno di sapere che la parola impossibile, dopo mission Kenya 12, non esiste.

Grazie Find The Cure e buon Natale possibile a tutti!

Giorgia

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