Niamafé: alla ricerca dell’acqua

Quando la mattina apri gli occhi e sai già che quel giorno capiterà una delle cose piú importanti della tua vita, anche la colazione ha un’altro sapore.
Si va a cercare l’acqua dove l’acqua non c’é.

Sveglia alle 7:00, zainetti pronti e via di nuovo sul fuoristrada questa volta destinazione Niamafé.

Non ne abbiamo la certezza, ma molto probabilmente si trascorrerà anche la notte fuori: il villaggio é distante solo 30 km, ma qui in Africa diventano 300 per via delle strade di terra rossa dissestate. Raggiungiamo Niamafé in 2 ore . Nessuna connessione internet, nessun segnale telefonico. Possiamo comunicare solo tramite satellitare perché la zona é davvero isolata dal resto del mondo. Purtroppo non é solo l’acqua potabile a mancare a Niamafé: mancano anche le medicine e i mezzi per curarsi.

Ed é per questo motivo che appena arrivate al villaggio, dopo i sempre commuoventi saluti ufficiali e le danze tipiche delle donne, allestiamo subito il medical camp sotto il grande albero di mango.

Visitiamo 5 ore ininterrottamente quasi l’intero villaggio, 200 persone tra bambini e adulti: malnutrizione, vermi, infezioni e dermatiti varie, quasi tutte patologie legate alla mancanza di acqua pulita.

Ma il vero evento della giornata deve ancora arrivare: la trivella per trovare l’acqua nel sottosuolo é in viaggio, due camion pieni di tubi che devono percorrere km di sentieri di terra non battuti. Ci sembra un film, ma sappiamo che in Africa tutto é possibile.

E’ ormai buio, é passata anche l’ora di cena ed ecco che improvvisamente vediamo tutti correre verso l’ingresso del villaggio e fari all’orizzonte: sono arrivati i camion!

Si ricomincia a ballare e festeggiare, l’equipe scarica il materiale, accende un faro ed incomincia immediatamente a scavare nel punto indicato dai geologi.

Ad ogni palo che vediamo affondare nel terreno ci diciamo: “oddio ora esce l’acqua!”, passano 6 ore e vediamo interrare pali fino alle 3 di notte, ma dell’acqua nemmeno una traccia. Siamo scesi a 80 metri, ma niente. La squadra di lavoro é composta da ragazzi ventenni, che lavorano ininterrottamente senza un minimo di protezione, respirando polveri e affondando nel fango con i piedi nudi. Sembra di vivere davvero in un film che ti lascia addosso ancor piú il peso dell’importanza dell’acqua per queste persone.

Si va a dormire, in mezzo al villaggio, sotto il cielo stellato, con asinelli e polli che girano intorno alle nostre sdraio di canna.

E’ mattina, si ricomincia a scavare. Siamo di nuovo tutti seduti in cerchio intorno al cantiere come al cinema, ad attendere lo spettacolo.

Ma si arriva a 100 metri e finiscono i tubi che avevamo a disposizione. L’acqua in genere si trova intorno i 50/70 metri, non di piú. Che si fa? Non possiamo smettere, magari ci siamo quasi… E allora ecco che un camion torna in capitale a prendere il materiale mancante, intraprendendo un altro viaggio impossibile.

Nell’attesa che ritorni, ci viviamo la quotidianità semplice del villaggio: pestiamo i cereali con le donne, goffi i nostri tentativi di prendere l’acqua al pozzo, ascoltiamo i loro racconti,sorseggiamo the e mangiamo mango appena raccolto dall’albero che ci fa ombra.

Il materiale arriva in tarda serata e quindi i lavori slittano ancora alla mattina seguente. Noi non siamo attrezzate per passare due notti fuori, ma a Niamafé ci sentiamo ormai a casa e sembra non mancarci piú nulla, nemmeno la scorta di acqua potabile che sta per scarseggiare.

Al mattino seguente si riparte a trivellare, sappiamo che questa é la volta buona, giú un tubo dopo l’altro, si arriva dopo altre 6 ore a 150 metri…  ormai il morale generale é basso e l’ingegnere viene a comunicarci che dobbiamo arrenderci: “Pas d’eau”.

E ora che si fa? Gli abitanti del villaggio non possono rimanere senza acqua, gliela abbiamo promessa. Son giorni che pranziamo e ceniamo insieme a loro e li vediamo bere acqua sporca nelle loro ciotole. Ormai siamo qui, abbiamo investito soldi e fatica, non possiamo gettare la spugna proprio ora.

“Proviamo a scavare nel secondo e ultimo punto indicato dai geologi?” dice Silvia.

Il cantiere si sposta di 500 metri.
Senza nemmeno una sosta, i ragazzi montano la trivella e si ricomincia da capo.
L’acqua deve pur esserci da qualche parte in questa terra dalle mille risorse.

Noi ormai non abbiamo nemmeno il coraggio di esprimere un parere, ci batte solo il cuore nel petto dall’ansia, ma nessuna apre bocca mentre i tubi continuano ad affondare nel terreno.

Torna la sera, é buio, le donne ricominciano a danzare e cantare in attesa di vedere lo zampillo, e noi con loro, avvolte nei loro abbracci fino a quando… finalmente… arriva lei, l’acqua: uno zampillo improvviso che mette in fuga tutti, trasformando il cantiere in una immensa pozzanghera.

Sono momenti impagabili questi, lo sapevamo già tre giorni fa a colazione quando siamo partire alla ricerca, ma chi si immaginava l’intensità dell’emozione che si vive ad assistere all’arrivo dell’acqua in un villaggio per la prima volta.

Ora la vita cambia, tutto può crescere meglio.

Inutile raccontare quanto loro siano grati a Find the Cure per il dono, ma di una unica cosa siamo certe: dopo tre giorni della loro ospitalità, completamente immerse nel loro stile di vita, eravamo partite per trovare l’acqua e siamo tornate con le tasche dei nostri pantaloni sporchi piene di emozioni senza prezzo e senza tempo e con la consapevolezza che l’acqua é davvero il bene piú prezioso che abbiamo.

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