MISSION MALI XII: CONDIZIONALE PRESENTE

Se avessi un pò di cortisone, potrei far schiudere gli occhi della piccola punta dalle api.

Se avessi l’antibiotico potrei curare la bronchite della bimba down che ha bussato alla porta a ora di cena.

Se riuscissimo a trovare uno stetoscopio potremmo capire meglio se ha un’infezione grave.

Se … se.. se… in Mali non é poi cosí difficile trasformare il condizionale presente in indicativo presente: ti curo, in qualche modo ti curo, anche se le valigie con tutto il materiale medico non sono ancora arrivate, io ti curo, a costo di far lavorare il farmacista di Kassarò fino alle 21:30 di sera, ti curo, a costo di chiedere in prestito lo stetoscopio al capo infermieri di Kassarò, a costo di star sveglie ad aspettare fino alle tre di notte chiuse nelle zanzariere in attesa di sapere se ci consegneranno i bagagli.

Ed é cosí che alla piccola orfana le si sgonfiano gli occhietti e torna finalmente a vedere i visi del suo villaggio.

Oppure che alla bimba down presto passerà la febbre che ha da 15 giorni e smetterà di finalmente di tossire scongiurando complicazioni.

“Chiama il farmacista! digli di riaprire per piacere, é importante!”

In mission Mali 12 si una solo l’indicativo presente: andiamo, prendiamo, facciamo, curiamo.

Dopo sei giorni di missione, senza aver ricevuto nemmeno uno dei nostri bagagli, sotto il sole che ci costringe e ripararci di continuo all’ombra di alberi e pajotte ,con pipistrelli che svolazzano in camera mentre provi a dormire e le gambe piene di punture di insetti, magari anche con 40 di febbre sperando che non sia malaria, il team di Find the Cure non ha smesso un solo minuto di lavorare: visita di controllo al meraviglioso centro di salute di Kassarò, dove la maternità donata da Ftc é ormai davvero un punto di riferimento per tutta la comunità e poi ancora visita di controllo al tank del centro di salute Sebekoro, indispensabile per il buon funzionamento del centro con saluto ufficiale al Sottoprefetto.
Scendi ancora dalla jeep impolverata e controlla il pozzo a Tokouruni Bogou, dove riabbracciamo persone e bambini che ci corrono in contro ma soprattutto dove il pozzo funziona bene e, scusate l’arroganza, ma in fondo, un polletto vivo in dono dal capovillaggio per la cena, ce lo siamo anche meritato.

Scendi ancora dalla jeep con i vestiti incollati al corpo dal sudore e belli pieni di terra rossa e controlla che Kamissa stia bene, che prenda i suoi farmaci per la cardiomiopatia, ma soprattutto che la sua scorta sia ancora ben fornita.

Insomma, un continuo sali e scendi con mille girotondi di saluti proprio come se non ci avessero mai perso i nostri bagagli, ormai al centro delle nostre continue battute per sdrammatizzare il contesto che ci circonda.

In realtà non ce li hanno persi infatti, siamo certe che stiano arrivando anzi, come si dice in indicativo presente:arrivano!

E mentre ce lo continuiamo a ripetere piú per autoconvincerci che per altro, tra un the maliano e la crema di arachidi la missione non si ferma, continua il lavoro programmato in partenza con un unica voce del verbo che ci accomuna da sempre: AIUTARE.
Senza perder tempo con i condizionali presenti.

Scusate ma ora dobbiamo salutarvi,

dobbiamo andare… “sempre dritto”.

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