A Sylvia

 

C’è un mondo in questo mondo dove siamo tutti collegati e tutto fa parte di un grande piano in costante mutamento, anche il tempo e la distanza sono diversi da come appaiono. Ogni bambino che nasce ha un miracolo dentro di se, noi siamo viaggiatori alla ricerca di quel destino e mentre lo cerchiamo l’oscurità ci contrasta. E l’eterna lotta tra il bene e il male non si combatte con grandi eserciti, ma con una vita alla volta.

Mark Helprin – Winter’s Tale

 

Sylvia è nata lì, sotto un albero del piccolo villaggio di Tuum alle pendici del monte Nyiro, il monte sacro per il popolo Samburu, perché anche quando tutto intorno è siccità, il monte Niyro è verde. Tuum, ultimo avamposto prima del lago Turkana. Mamma Hellen quella notte silenziosamente si è alzata, è uscita senza svegliare Alfred, ha chiuso la porta di casa con dentro il marito, e lì sotto quell’albero ha partorito. Aveva preparato la lametta nuova per tagliare il cordone ombelicale, e quando Alfred, svegliato dai vagiti ha sfondato la porta per poter uscire, Sylvia era lì ad aspettarlo, sotto quell’albero. Così ha fatto il suo ingresso nel mondo la piccola Sylvia.

Dopo poco tempo però si accorsero che qualcosa non andava, ma dialogare su un problema di salute per chi abita a Tuum, dove l’unico presidio sanitario è un dispensario a volte vuoto, non è cosa facile. E così è iniziata la trafila, dal dispensario di distretto, all’ospedale di distretto, all’ospedale centrale fino all’ospedale privato. Fu riscontrato un problema addominale, che presto si e’ rivelato non essere il piu’ grave. Ecografia dopo ecografia, specialista dopo specialista, mucca venduta dopo mucca venduta per pagare le visite, fino alla diagnosi definitiva e frustrante di malformazione cardiaca (tetralogia di Fallot) senza reale possibilità di cura in Kenya. Niente e nessuno per due anni e mezzo ha scoraggiato mamma Hellen (20 anni) e papa’ Alfred (25 anni) a continuare a cercare aiuti per la loro figlia. Così un giorno l’abbiamo incontrata noi Sylvia, in un medical camp in Samburu, e poi ritrovata nell’ospedale di Maralal, accompagnata dalla determinazione di due genitori che pur trovandosi in un vicolo cieco non rinunciavano a credere in una via di uscita. E così da quel vicolo cieco, abbiamo cercato di aprire una porta fino ad arrivare ai documenti e le pratiche per un intervento chirurgico in Italia. Arrivano il nulla osta dell’ambasciata italiana, i passaporti, l’accettazione dal reparto di cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita di Torino; tanti discorsi per rendere consapevoli genitori e comunità dei rischi dell’operazione. Sylvia può finalmente prepararsi a partire.

Mamma Hellen nel frattempo, con lo stesso copione, ha deciso di partorire la piccola Winter, da sola in casa, Alfred a Nairobi per studiare, lo zio che si accorge della presenza della nuova arrivata dai vagiti a sorpresa nella notte. Winter adesso è troppo piccola per permettersi di rimanere separata da mamma Hellen, così Alfred sospende gli studi e decide che sarà lui ad accompagnare Sylvia in Italia.

La piccola Sylvia con il suo sorriso e la sua vivacità conquista tutti. Arriva il giorno dell’intervento, un giorno interminabile, tanto lungo quanto difficile per chi è in sala operatoria e per chi è fuori che aspetta. Un cuore malformato, che in qualche modo ha pulsato per quasi tre anni è un cuore difficile da riparare, le pareti cardiache sono spesse, ormai abituate a pressioni anomale. Ma l’equipe chirurgica è tra le migliori che la piccola Sylvia possa avere a disposizione, e dopo 10 ore finalmente esce con un cuore corretto.

Nei giorni seguenti dalla piccola stanza della terapia intensiva cardiochirurgica il suo cuore combatte con tutte le forze per riprendere il giusto battito e ribilanciare tutto il corpo, e insieme a lei, fili invisibili che si sono intrecciati negli ultimi mesi, pregano e pulsano per aiutarla a riprendersi. Da Wamba a Tuum, tutto il Samburu prega, da Nairobi (Fr. Jairo e Marco) all’ Ohio (Heather), dalla Tanzania (Fr. Jose) alla Colombia (Lucia) e all’Italia, con tutta FTC stretta attorno a lei e ad Alfred. È incredibile vedere come la piccola sconosciuta Samburu abbia riunito così tanti cuori ed energie attorno a lei, creando un legame di solidarietà sincera.

Capita poche volte di poter toccare con mano come le nostre vite siano davvero tutte interconnesse se lo vogliamo, capita davvero di accorgersi di come l’unione generi forza, di come il pensiero, la preghiera, l’altruismo siano il vero motore di quello che chiamiamo umanità. Una pulsazione durata una settimana, fatta di unione e speranza. Così quando un giorno ci comunicano che i danni cerebrali dovuti all’ipossia durante l’intervento e nel post operatorio sono tali da non lasciare nessuna possibilità di ripresa, è cose se si spegnesse una luce, e cala il buio sul dolore.

I rischi li conoscevamo, ma sulla carta sono solo numeri, dal vero un’altra cosa. Papà Alfred, con dignità affronta tutto, e la sua generosità lascia una traccia indelebile in tutti i presenti, acconsentendo alla donazione di organi con una dichiarazione scritta che nessuno di noi dimenticherà. La piccola Sylvia, che dalla remota Tuum era venuta in Italia per salvarsi la vita, ha deciso che avrebbe salvato lei la vita di altri tre bambini quel giorno stesso.

Dal dolore la promessa. Promessa di non lasciare papà Alfred da solo, “ci rivedremo presto, in Kenya, per incontrare mamma Hellen e la tua comunità”. E così è stato, a novembre siamo scesi in Kenya e, insieme ad Alfred, valicando a piedi il monte sacro Nyiro, siamo arrivati a Tuum dalla sua famiglia, abbiamo incontrato la comunità, ascoltato i loro saluti, i loro bisogni e le loro richieste, per piantare il seme a ricordo di Sylvia. “Alfred di cosa hai bisogno?” “Vorrei fare qualcosa per la comunità di Tuum, che la grande battaglia di Sylvia non sia stata vana ma che possa portare frutti ai bambini della sua comunità adesso che siamo uniti come una grande famiglia.” Così, a Tuum, sotto un albero di mango alle pendici del Monte Niyro nasce Sylvia’s Samburu Rainbow Fund, per continuare a far battere quella pulsazione che ci unisce.

Daniele Sciuto

 

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