50 metri di separazione

 

A giudicare dal buio sembra molto tardi. Sono seduto su una delle tre ambitissime siede di plastica della casetta sotto quel cielo che vanta migliaia di pagine di ogni santissimo libro che parla di Africa..cielo mozzafiato, milioni di stelle, buio tenebra …insomma quella roba lì. Surì si è addormentato sulla panca affianco a me. Mi chiedo come possa russare così comodamente su una panca tanto scomoda. Poi guardo quel cubo quasi perfetto, due metri per due, di terra rossa senza finestre che è la sua casa e prometto di non aggiungere altri pensieri ma torno ad ascoltare la musica maliana gracchiante che esce dal suo cellulare.

Surì ha 30 anni, è il tuttofare della casa, quello che in tempi antichi avrebbero definito un ottimo scudiero. Spenna polli e con la stessa abilità depone pietre enormi per tappare le voragini della strada create dalla pioggia, riempie le taniche di acqua, affila i coltelli, anzi il coltello, fa il thé, quel thé che in Mali è un rito per il quale tutto si ferma sotto l’ombra di una pianta. Un rito al quale non puoi sottrarti anche se lo vorresti, soprattutto quando sei nei villaggi e hai visto con che acqua è stato preparato. Allora, tu che sei scaltro, ti alzi poco prima che venga servito con la scusa di fare delle foto, ma per quanto lontano tu possa andare, ti giri e li in piedi, dietro di te, silenzioso, un ragazzino con il vassoietto, il bicchierino pieno e il suo indomabile sorriso ti aspetta. L’ospite beve per primo, poi tutti gli altri. Allora bevi. Tutto in Mali è ben strutturato perché tu possa prenderti un’infezione o rafforzare il tuo sistema immunitario, dipende da come si vuole vedere la cosa. Comunque, se tu hai un problema o una necessità o un capriccio, chiami Surì. Lui arriva con quel sorriso giallognolo da 30 Ducall al giorno, sigarette locali che di tabacco vero credo abbiano solo l’aroma e te lo risolve. A forza di risolvere cose arriva alla casa anche tardi. Ma Amy fino a che Surì non rientra non mi lascia solo.

Amy in questi giorni si occupa di prendere l’acqua al pozzo e di cucinare, ha 20 anni, una figlia di 3, studia contabilità a Bamako, ma nelle ferie torna in famiglia al villaggio. Quando la vedi tirare su dal pozzo a grandi bracciate 25 metri di vecchio canapo con legato al fondo un saccoccia fatta di pneumatico piena d’acqua ti verrebbe naturale dire faccio io che sono uomo. Ma una donna che non sa procurare l’acqua, cucinare o fare legna, non è una donna in gamba, in grado di crescere e accudire i propri figli come si deve. Quindi la galanteria più grande che puoi fare è stare seduto su una delle ambitissime sedie di plastica e guardare mentre si sfonda la schiena. Alta, bella ed elegante, Amy è la versione maliana di Naomi Cambell se non fosse per due carie che le stanno mangiando gli incisivi. Sotto il portico tutta la numerosa stirpe dei suoi fratellini e sorelline che si fanno e si disfano con un punteruolo metallico le trecce in quei capelli fittissimi impenetrabili anche all’acqua e aspettano educatamente se avanza qualcosa dalla tavola anche per loro. Il profumo del pollo di Amy è un richiamo quando Yacouba ed io rientriamo nel tardo pomeriggio dai villaggi.

Yacouba Diakitè ha 40 anni ed è il sindaco del comune di Kassarò e dei suoi 17 villaggi rurali. Ma molto rurali. Scala di sviluppo da 1 a 10, uno. Sussistenza, anzi sopravvivenza. Yacouba è tale e quale al tipo nero enorme del film il Miglio Verde. Grande e grosso quanto buono. Non fa paura neanche quando prova ad arrabbiarsi. Giriamo tutto il giorno per i villaggi dei pozzi fatti e quelli da fare, la maternità fatta e quella da fare. Baghan, Koliflò, Tabakò, Bonankurò, Tabajan, Mogoyabodou, Dajii. Villaggi fatti di capanne dai muri di terra rossa e tetto in paglia, deposte in modo concentrico, ognuno con i suoi recinti ma aperti verso il vicino, un naturale piano regolatore a forma di grappolo che rende subito l’idea della comunità e dell’unione. Un’unica grande famiglia. Villaggi tesi su una terra tanto fertile quanto arida. Ebbene si, la terra qui è molto fertile, rischi che se sputi per terra quasi cresce un uomo. Peccato che per una legge universale la produttività di una terra fertile è, guarda un po’, legata all’acqua. E qui in Mali l’acqua è solo in due posti, in quei nuvoloni che in questi giorni e nei prossimi due mesi mi girano sopra la testa e sotto terra, dai cinquanta metri in giù. Inutile perdere tempo a cercarla altrove. No fiumi permanenti, no sistemi di irrigazione, no dighe, no canali. Che scherzaccio, avere terra e avere acqua separati da quei 50 metri di troppo di suolo e non avere i mezzi per raggiungerla. Così si dipende dal cielo, e da quanti centimetri cubi di acqua deciderà di mandare in grazia sulla terra e se deciderà di mandarli. Ma cosa possiamo capire noi, figli di una generazione che crede che l’albero della frutta e della verdura produca cassette colme tutto l’anno nei supermercati, che l’oliva più ambita è snocciolata e l’insalata cresca già pulita e tagliata? Come possiamo capire di lavorare ettari ettari di terra per mesi sotto il solo cocente con il solo utilizzo di una zappetta che ti obbliga a chinarti a 90 gradi e preparare perché tutto sia perfetto per il grande evento: l’acqua.

Le tre parole di Yacouba: l’acqua è vita.

Con Yacouba giriamo in motoretta tutto il giorno, facciamo i sopralluoghi delle cose fatte e di quelle da fare, incontriamo i costruttori locali dei pozzi per contrattare i costi e farci venire sempre più incontro, verifichiamo con il tecnico geologo dove trivellare, facciamo il giro dei villaggi uno per uno. Il giro nei villaggi in fondo è sempre lo stesso, saluti al capovillaggio, l’anziano della comunità, che ti fa portare l’ambitissima sedia in questo caso di legno e corteccia, preparazione del thé e poi tutti insieme per vedere come funziona il pozzo se è un villaggio dove è stato fatto, oppure valutazione su dove scavare se è da fare. Sono di una semplicità e gentilezza disarmante. Non ripartiamo mai con le nostre motorette senza un pollo o una capretta in segno di ringraziamento legata con le zampe al manubrio. La tre parole di Yacouba le puoi toccare con mano. Dove c’è il pozzo, quello vero, quello profondo oltre i 50 metri che porta acqua buona, non quello superficiale ricavato per sopravvivere, c’è sempre movimento, donne che riempiono le taniche, lavano i vestiti, bambini che bevono, carretti con gli asini dai villaggi limitrofi che non hanno il pozzo che arrivano a riempire le taniche, è tutto un fermento, tutti sono i benvenuti. La pompa non sta ferma un secondo. Al prossimo che mi viene a chiedere perché facciamo i pozzi in Mali quando in Italia c’è così tanto bisogno chiederò di tornare a casa sua e sigillarsi per due settimane, non 52, solo 2, tutti i tubi dei lavandini, e appena finito, di andare sigillare quelli del pronto soccorso dove quando sta male va a farsi medicare, e poi quella della maternità dove sua moglie andrà a partorire, e poi tutti i rubinetti della scuola dove il figlio studia, e poi quelli della mensa della scuola e quelli dei bagni, perché poi li diventa interessante quando i bambini devono mangiare e andare in bagno, hanno una certa dote a mischiare il tutto. Solo allora può tornare e pormi la domanda.

Scusa Surì, non ho mantenuto la promessa, avevo detto che non avrei aggiunto pensieri.

La musica gracchiante dal suo cellulare porta le note di Salif Keita, adesso lo sveglio e gli dirò che andrò a dormire. Lui con voce un po’ rauca mi dirà “di già?” senza sapere che sono due ore che sta dormendo su questa panca.

Lo so perchè ogni giorno è lo stesso. Da anni, tanti.

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