Il fiume ghiotto di macchine

La storia si ripete. Questione di bestiame.  I Turkana hanno rubato 400 mucche a un villaggio Samburu. Qui a differenza del Sudan, i furti di animali avvengono nella stagione delle piogge, non in quella secca. Durante la siccità non ha senso rubare, non si trova erba da nessuna parte e gli animali morirebbero nel giro di poco. Arriva la pioggia, arrivano i furti. I Samburu non se ne stanno lì a guardare, e attaccano i villaggi Turkana per riprendersi il bestiame. Anche i Samburu distanti, che non centrano nulla con il primo furto dicono “ci hanno rubato 400 vacche adesso andiamo a riprendercele”, ma sono solo scuse per andarsi a procurare bestiame facile, anche se così facile non è. Una volta avevano archi e frecce, adesso ak-47 in arrivo dalla Somalia. Così arrivano notizie di assalti, feriti e morti. E come sempre durate le tensioni e confusione i banditacci ne approfittano per fare i loro interessi. Daria volontaria polacca, in arrivo a Tuum con un carico di una tonnellata di ugi, (una specie di pouridge nutritivo da dare ai bambini delle scuole) viene fermata da un gruppo armato. Fucili alla tempia, “3,2,1…” e poi all’ultimo facevano partire il colpo in aria. Le hanno portano via tutto. L’ha presa abbastanza bene. La facciamo parlare, cerchiamo di farle passare un po’ la paura, le diamo qualche vestito e scortata dalla polizia la vediamo ripartire il giorno dopo verso Nairobi. Ripartiamo verso Lodongokwe, dobbiamo attraversare la zona insicura. Ci fermiamo a Baragoil dalla polizia, ci mettono a disposizione la scorta. Hanno pochi mezzi e ancora meno carburante. Così i due uomini armati salgono sulla nostra macchina, uno davanti e uno dietro, e ci accompagnano nel viaggio. Tutto va bene, passata l’area delle tensioni, al primo mezzo che incontriamo in direzione opposta li omaggiamo della scorta armata in modo che i militari possano avere un passaggio per ritornare alla caserma di Baragoil. I missionari più anziani ormai sono abituati a queste storie, sanno bene di portarsi sempre dietro 3000 scellini, non tanti non pochi, da lasciare ai banditacci in caso di assalto. “Come è andato il viaggio, hai risparmiato i 3000 scellini?” si dicono sorridendo quando si incontrano dopo uno trasferta. Arriviamo a Lodongokwe per il grande giorno. Dopo 20 anni l’acqua sta per ritornare al villaggio. L’acquedotto è pronto. Pozzo, pompa, cisterna, tubature e rubinetti pronti per essere inaugurati e aperti. Si, è il grande giorno dell’inaugurazione. Giornata solenne ed emozionante, tra canti, danze, preghiere, riti e benedizioni con il latte avviamo la pompa e apriamo i rubinetti. L’acqua scorre. Non si può realmente capire come è vivere senza acqua fino a quando non lo si è provato. E’ una grande festa davvero. “Portate i ringraziamenti da parte nostra a tutti coloro che vi hanno aiutato” dice il capo villaggio nel suo discorso, e così facciamo. Grazie.

Continuiamo la seconda parte dei medical camp. Tutto procede bene, abbiamo preso un buon ritmo. I villaggi sono molto remoti e isolati. Li raggiungiamo a volte in macchina, e dove non si può con delle motorette (piki piki) e dove non si può con gli asinelli.

Ma le avventure non sono finite. Nell’avvicinamento verso l’ultimo medical camp, nell’ultimo guado verso la maniata di donna Generica che ci avrebbe ospitato durante la notte, la macchina sprofonda senza pietà dentro il fiume. Mettiamo pietre, rami, spingiamo, ma tutto inutile. Cala la notte. Con i piki piki cerchiamo aiuti, e finalmente il villaggio decide di mandarci 20 guerrieri Samburu per aiutarci. Vedere arrivare nel buio della notte nel mezzo di nulla piccoli luci a passo di corsa ci regala speranza ed entusiasmo. Spingono, scavano, accendono fuochi per riscaldarsi, sforzi per noi disumani. Purtroppo tutto vano. Vediamo lampi e preghiamo che non piova, altrimenti il fiume si ingrossa e si porterà via la macchina. La macchina verrà poi tirata fuori dopo 19 ore di tentativi e l’arrivo da Wamba dell’unico trattore della zona. Alle 2.00 am siamo di nuovo riuniti tutti e quattro nella maniata di donna Generica. Elena e Desirè hanno cantato, pregato e parlato tutta la sera con questa sorridente e accogliente donna Samburu. Marco e Presi hanno scorribandato con le motorette per i bui altopiani per cercare gli aiuti per la macchina e recuperare i borsoni dei farmaci per il giorno dopo. Il caldo del fuoco e del fumo della maniata ci accoglie e ci avvolge, e il doppio strato di pelle di mucca ci offre un buon giaciglio per riposarci e anche bene. Quanta accoglienza si può trovare in una semplice capanna. La luce che filtra dai muri in terra della capanna, il rumore di capre, mucche e galli ci da la sveglia presto. Un buon the caldo con latte appena munto sta già bollendo sui tizzoni del fuoco. Il canto di donna Generica mentre munge la sua mucca per farle fare più latte ci regala il buongiorno. Con gli occhi e l’animo carichi ci avviamo verso l’ultimo villaggio per l’ultimo medical camp.

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