Mali: secondi giorni

MEDICAL CAMP
Quello che stamani era un nuovo giorno ora sta per finire mentre noi respiriamo, in una fresca sera africana, l’aria che sa di mistero, sedute nel giardino di casa con l’iniziale canto delle rane  e ciascuna con i propri pensieri, le proprie parole e riflessioni.
Discutiamo, di noi, di loro, della missione, di quanto è accaduto e di quello che ancora ci attende.
Abbiamo fatto tutto: controllato, preparato, tolto e aggiunto. I nostri classici borsoni sono pronti per essere afferrati  e per affrontare un nuovo medical camp in terra africana.
Ah! Se i borsoni potessero parlare!!! Quante strade hanno percorso, in quali strani posti e superfici sono stati appoggiati e poi aperti, quante lingue hanno sentito e quante ne hanno viste, di cose…..
Nei borsoni dei medical camp, a pensarci bene, abbiamo tutto di noi, di ciò che sappiamo, di ciò che siamo in grado di fare, nelle nostre possibilità e forze, per aiutare chi è molto, molto meno fortunato di noi! E sappiamo, lo vediamo, che si tratta purtroppo ancora di una grossa fetta di umanità!
Nei nostri borsoni, fra compresse, fiale e flaconi, troviamo la forza, il coraggio, la determinazione e mettiamo da parte, nelle tasche laterali e ben chiuse con la cerniera, la tristezza, la rabbia, l’impotenza che a volte ci colgono mentre affrontiamo casi disperati guardandoci negli occhi e cercando, con chi è del posto, la soluzione meno dolorosa, certamente l’unica possibile.
Ancora una volta ci confrontiamo con le realtà locali, con una medicina estremamente  povera,  che sopravvive grazie agli immensi sforzi e all’impegno di tutta la comunità; piccoli centri di salute gestiti da persone sempre presenti e disponibili che non hanno orari né turni di riposo e che sanno essere medico, infermiere, assistente sociale e levatrice allo stesso tempo.
Persone che noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare.
Con le grandi ed improvvise piogge è impensabile organizzare un preciso calendario di attività: occorre, dunque, essere molto elastici e subito pronti a partire quando si può.
Partire a piedi, con i borsoni sul carretto trainato dall’asinello o partire con l’ambulanza, unico mezzo a disposizione per arrivare, in sicurezza, ai villaggi più lontani.
Tre giorni diversi per tre diversi medical camp con una una grande intensità di lavoro e di confronto.
Kassarò centro, Nafadjicoro e Soribougou.
Tre siti d’intervento diversi fra loro per la disposizione dei villaggi, le caratteristiche dei centri di salute  e la popolazione incontrata; persone la cui vita è direttamente, severamente condizionata  dalle avversità climatiche e dalle scarse  risorse disponibili, in ogni campo.
Ancora una volta abbiamo avuto la conferma, ad esempio, di come sia così diverso nascere, crescere, vivere senza cibo né denaro; ne abbiamo viste tante, in passato, ma ancora non accettiamo, qui, ora, che molti non possano accedere alle più semplici cure!
Abbiamo visto, specie visitando una moltitudine di bambini, come sia incisivo, l’abitare accanto ad un corso d’acqua e vitale  la presenza di un pozzo all’interno del villaggio, piuttosto che no.
Abbiamo notato come, per una mamma con il suo bimbo, sia differente, rilevante,  l’essere accolti in una struttura nuova o di recente riabilitata.
Così può capitare che in ogni momento e nei lunghi discorsi intrecciati con chi ha lavorato con noi, nel caldo soffocante, a ridosso delle capanne, con gli alberi come mura e la terra come pavimento, che emergano, unitamente a timide richieste di aiuto, ora velati ora lampanti, i grandi dilemmi di sempre ma anche intense lezioni di vita tanto duramente vissuta quanto difesa.
E tutto questo, ancora una volta,  merita di essere testimoniato.
BOLOKOUROUNI – villaggio del pozzo
Kunandì, Salì, Funebà, Nagnumà.
Sono i nostri nuovi nomi in lingua bambarà. Il battesimo è avvenuto all’ombra di grandi alberi nella piazza del villaggio, lì, dove seduti in cerchio si prendono le decisioni importanti. Immaginiamo Diak, qualche mese fa, riunire gli uomini del villaggio sotto le stesse piante per annunciare la costruzione del pozzo. E ora ci siamo anche noi, in quel cerchio, c’è Find the Cure.
L’emozione è grande, nessuna foto purtroppo potrà mai rendere l’idea. Il primo “forage” è stato fatto ma l’acqua è poca. Diak dice che il pozzo deve durare almeno 100 anni, bisogna riprovare. Da Bamako verrà l’uomo dell’acqua, colui che dovrà stabilire qual è il punto esatto. Il primo tentativo quindi è fallito ma la gente del villaggio è felice comunque, ci accoglie con gioia ed allegria.
Il capo villaggio ha belle parole per noi, dopo averci battezzate ci ringrazia, dice che è importante avere mani che si stringono alle loro. E poi è il momento dei doni, le donne ci portano una grande ciotola di latte appena munto e un ragazzo porta una capra. Bolokourouni è nella brusse, ad una decina di chilometri da Kassarò, noi ci siamo arrivati in moto, unico mezzo, insieme al carro trainato dall’asino, che possa percorrere la pista di sterrato nel periodo delle piogge.
La gente di Bolokourouni percorre 8 Km ogni giorno per prendere l’acqua nel villaggio più vicino, 4 Km all’andata e 4 Km al ritorno.
Nei nostri post, in passato, abbiamo parlato tante volte dell’acqua. Quella che cade dal cielo e inonda tutto, quella che non cade dal cielo e secca tutto. Ma qui è ancora diverso. Solo a pensare alla fatica che si fa per recuperare l’acqua ti si secca la gola, senti la polvere entrare in bocca, vorresti solo bere e lavarti, togliere la polvere di dosso. Solo che non puoi, sei in quella metà del mondo a cui questo diritto è negato.
Non facciamo retorica, ma tutte le volte che non beviamo la nostra acqua potabile, la lasciamo scrosciare per ore, la usiamo per i nostri gabinetti e per annaffiare il giardino…beh forse dovremmo sviluppare un po’ più di consapevolezza sulla nostra fortuna

Lascia un commento

5 pensieri su “Mali: secondi giorni”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *