Mission A11-nord del Kenya e i confini del mondo

Adesso lo so dov’è Lodungokwe. E’ lontano, isolato, arido ma è un bel posto, perché come sempre il posto lo fanno le persone, e i Samburu sono forti e anche un po’ magici. Marco a Nairobi ha organizzato tutto bene, è preciso e attento ai dettagli. Non ci conosciamo bene, e nonostante l’ora di arrivo impegnativa (3.00 am) non rinunciamo a chiacchierare sotto il portico di casa sua e a muovere i primi passi uno verso l’altro. Due ore di riposo sul divano e poi via verso nord. Prima di lasciare Nairobi passiamo a salutare Rose Mary, ma di lei e di come ha vinto l’AIDS facendo collane di carte riciclata nel cuore degli slums di Korogocho è un altra storia. La strada fino ad Isiolo è buona, rifatta di recente. Poi, finalmente per i nostri occhi e purtroppo per le nostre schiene, abbandonato l’asfalto, solo terra rossa e grosse buche. Padre Jose’ (Hose’) di origine Colombiana dei Missionaries of Yarumal, i nostri nuovi collaboratori qui, alla guida di un land cruiser spartano ma indistruttibile ci accompagna verso quella che sembra la terra di nessuno, altopiani immensi, che non riesci ad unire insieme in un unico sguardo, aridi, popolati da acacie e arbusti. A riuscire a far correre lo sguardo verso l’infinito si respira anche più profondo. Lodungokwe è un piccolo villaggio, o almeno sembra piccolo a prima vista. Si, perché ai Samburu non piace vivere nelle case, preferiscono le loro “magnate” , capanne di fango e rami, con recinti spinati di acacia, e i loro cari animali, capre, mucche e per i più ricchi i cammelli. Il villaggio rimane comunque il centro nevralgico, il punto di riferimento per la scuola, il dispensario, l’acquisto di alimenti e l’acqua, che in questo caso, qui non c’è. Strano a dirlo, ma a Lodungokwe l’acqua non c’è. Quella che c’è, arriva dalle piogge. Ogni casa che ha il lusso di possedere un tetto in lamiera ha una grondaia che porta in un grosso tank che conserva l’acqua piovana. Per tutti gli altri solo le cisterne comuni. Oppure si compra, a caro prezzo. E quando non piove? Ottima domanda..risposta semplice: siccità, che si accompagna a carestia. Niente acqua, niente coltivazione anche. Niente acqua, niente piante per animali anche. Quello che ha salvato i Samburu l’anno scorso durante la grande siccità sono state proprio le loro vacche. Un taglio nel collo, un bel bicchierone di sangue e giù a bere. E per quanto a noi possa sembrare disgustoso a loro ha salvato vite, soprattutto dei più piccoli. Lo stesso avviene durante il grande rito della circoncisione, momento topico della vita dei giovani che così diventano guerrieri. Un bel taglio netto sul prepuzio, senza anestesia, e poi giù di bicchierone di sangue di mucca, e guai a muoversi o a lamentarsi.

Quello che noi chiamiamo il progetto pozzi, in realtà è un tantinello più complesso. Il punto individuato dal costruttore locale per scavare il pozzo si trova a 3 km di distanza in discesa, sulla sponda di un fiume stagionale. Lì l’acqua c’è, in profondità ma c’è. Ed è comunque una buona notizia. Lo studio del geologo dopo mesi è terminato. Lì bisognerà scavare il pozzo, montare una pompa, alquanto potente, che spinga l’acqua su per le tubature fino ad una grossa cisterna in cima ad una collina sopra il villaggio, da dove partiranno altre diramazioni di tubature che a caduta raggiungeranno 6 punti di erogazione a Lodungokwe: la scuola, la maternità, la missione e tre punti nel centro del paese, diciamo che “acquedotto” come termine rende più l’idea. E questa è la parte più facile. Lo studio è stato fatto, il costruttore di Isiolo è uno bravo, abbiamo visto altri suoi lavori, insomma si tratta di scavare e assemblare come si deve. La cosa più delicata è la gestione dell’acqua. Quando porti acqua dove non c’è, non è detto che non possa diventare motivo di discordia. Così il villaggio ha istituito un “water committee- comitato dell’acqua” con i vari rappresentanti (il sindaco, il direttore della scuola, l’infermiere della maternità, diverse donne del villaggio, un funzionario governativo, etc etc..) circa 15 persone, che si occuperanno di seguire i lavori, di affrontare le problematiche, prendere decisioni, garantire la sicurezza e la manutenzione. Facciamo un incontro con tutti loro, un po’ per motivarli, ma anche per affrontare alcune questioni ancora aperte. Per la pompa, pannello solare o generatore? ( il primo più costoso, meno inquinante, no costi di funzionamento, manutenzione più costosa a tre anni ma, soprattutto, molto più difficile da proteggere dai furti). Tubature interrate o esterne? ( le prime più sicure dall’essere rubate, ma più laboriose sia come posa che come manutenzione), insomma abbastanza questioni per passare ore assieme e creare un legame di responsabilità con la comunità locale. Tutto sta procedendo molto bene. Il villaggio è molto felice. Tutta la manodopera che possono offrire, soprattutto per la posa dei tubi, viene proposta con entusiasmo.

Ma i veri confini del mondo non sono a Lodungokwe, bensì ho scoperto che si trovano Parquati, ai limiti del Samburu District. Sono solo 25 km, ma il termine “solo” non è mai stato tanto inadatto. Ci abbiamo messo sei ore, e tre volte i lavori forzati per tirare la jeep fuori dal fango, e siamo stati fortunati ci hanno detto, a volte è impossibile arrivare. Padre Ramiro dell’Ecuador e padre Pablo colombiano, si occupano di questa zona. Corridoio di passaggio, per la sua via verso il lago Turkana, dei Samburu, dei Turkana, e dei Pakot. Ovviamente vicinanza non sempre pacifica. Giusto sei giorni prima del nostro arrivo, i Pakot sono entrati nel villaggio, hanno mitragliato in aria per due ore e portato via 130 capi di bestiame. Nessun ferito ma un danno economico importante. Parquati è molto facile da descrivere. Non c’è nulla. Arido, aridissimo, Solo capanne, l’unico edificio in muratura è la scuola. Un pozzo comune, che a parte quando ci finisce dentro una iena, funziona discretamente. No corrente. Nessuna presidio sanitario, di nessun genere. Un ragazzo morsicato da una vipera velenosa, che poi si è aggravato con emorragia dal naso, ci ha dimostrato l’isolamento del posto: 6 ore per portarlo ad un dispensario che avesse il siero antivipera e una fisiologica per idratarlo. Non parliamo di un emergenza chirurgica o medica grave, impossibile ogni tentativo di trasporto. Quello che qui chiedono più di tutto è un dispensario, per le cure mediche primarie, anche per attirare l’attenzione del governo nella speranza che un domani lo prenda in carico insieme a tutta la popolazione di Parquati. Così noi lo mettiamo nella lista dei “to do”, al fianco dei pozzi. E sotto l’albero degli anziani, con un bastone in mano che ci passa il capo villaggio, dobbiamo presentarci alla comunità, perchè così vuole il rito, con occhi che osservano, mani che battono, e collari colorati che ci fanno da sfondo; e forse proprio qui sigilliamo il nostro impegno di non voltare le spalle.

Il momento più magico è conoscere a fondo i Samburu. Per arrivare nella magnata che ci ospiterà per la notte dobbiamo camminare circa due ore nell’altopiano che sembra infinito e inabitato. La donna è un anziana vedova, con tre nipoti piccoli, qualche mucca, tante capre, e qualche gallo. I primi e gli ultimi dormono nella capanna insieme a noi. Il piccolo Moiso è alquanto terrorizzato di dormire con dei bianchi, ma il suo giaciglio e lì, sulla pelle di mucca essiccata dove dormiamo anche noi, così si fa coraggio e si sdraia al nostro fianco. Nel centro, un piccolo fuoco brucia e produce fumo per tenere lontani gli insetti. Sembra impossibile ma si riesce comunque a respirare. Nel cuore della notte, la donna anziana con il suo collare colorato è vicina al fuoco, prende dei tizzoni ardenti e li butta dentro una borraccia di pelle, con un bastone gira il tutto, ricetta per sterilizzare e conservare il latte. Lo fa per una buona ora, tra questo fumo sospeso a metà che riempie questo intreccio di canne e fango. Marco ha un occhio aperto, probabilmente anche lui si chiede se sogna o è sveglio. L’alba arriva e infuoca ogni cosa, e poco dopo inizia il grande rito della circoncisione. Persi nel nulla di questa natura, anziani, donne e guerrieri si ritrovano per festeggiare il rito, e tra danze e canti, saltano su questa terra, come a far sentire il loro peso, come a far sentire di esserne parte integrante, un tutt’ uno. Non è una danza dedicata a noi, anzi diamo persino fastidio, è tutto per loro, ma questo è un valore aggiunto, essere li con loro, con le loro tradizioni, nella loro terra. Con gli occhi carichi di loro e della loro casa natura, mentre camminiamo per ritornare, ci rendiamo conto che ormai è troppo tardi, qualcosa di questo popolo ci rimarrà sempre dentro.

Un grazie a tutti coloro che ci hanno aiutato e agevolato negli spostamenti difficili, ai missionari che di questi posti davvero duri ne hanno fatto la loro casa, e a tutti coloro che ci hanno accolto. Un grazie speciale a Marco, per la logistica e l’amicizia, e per averci invitato e condiviso in questo pezzo di terra dimenticata così unica e grandiosa, e per tutto il lavoro che fa ogni giorno nella sua vita in Africa.

 

 

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