Mission A6, sbaglio o ho sentito uno sparo?

NB per parenti e amici: questi avvenimenti si riferiscono ad alcuni giorni fa, non abbiamo scritto prima per non fare preoccupare chi è lontano, ma noi non abbiamo corso e non corriamo nessun rischio. Tutto tranquillo.

Ore 1.00 della notte. Per metà dormi, per metà con il piccolo asciugamano ti asciugi la fronte dal sudore. Senti un colpo, forte, come un petardo. Poi un altro. Sbaglio o ho sentito uno sparo? No, non puo’ essere, pensi a tutto quello di altro che potrebbe essere. Poi un altro e poi una raffica. Cazzo e’ uno sparo. Ti siedi sul letto di colpo, ti vesti immediatamente, ti infili le scarpe che avevi deposto nell’angolo della stanza da riutillizzare solo il giorno della partenza al posto dell’infradito, perche’ se c’e’ da correre sei piu’ veloce, ed esci dalla casetta per capire cosa succede. Ho i piedi gonfi dal caldo pensi per un’ attimo, le scarpe mi fanno quasi male. Nel buio della notte senti tanti spari, e grida. Strano, il cuore ti batte piu’ veloce, anche se non hai paura ma a sentire quel rumore il cuore batte piu’ veloce. Strano, i rifugiati che dormono nel piazzale non sembrano spaventati come l’altro giorno al falso allarme dell’arrivo dei Jur. Qualcosa non torna. Forse e’ un rito. Forse sparano in aria e urlano e mangiano e bevono per prepararsi alla battaglia come nelle migliore tradizione dei dinka. Mentre fuori ascolti gli spari e le urla pensi tre cose.Uno, che non sei protetto da niente e da nessuno, non hai da nasconderti, niente qui può fermare un arma da fuoco, e se succedesse qualcosa non puoi che correre o pregare, e pensi a tutti loro che vivono questa situazione da anni nelle loro capanne. Due, ti viene una morbosa attrazione verso l’epicentro del fuoco, pensi a questi dinkoni che ballano, urlano, sparano in aria, a prepararsi per uno scontro tribale, e senti una voce che dice, si voglio vedere cosa succede, voglio partecipare anche io, voglio andare dove c’e’ l’azione, non voglio starmene chiuso. Tre, ti dici non fare il cretino, mi tengo pronto qui, che tra poco ci verranno a chiamare per i primi feriti della battaglia da medicare. Aspetti, aspetti, aspetti. Nessuno arriva. Gli spari e le urla terminano e spariscono. Torna il sonno e riposi di un riposo superficiale.

La conferma arriva con il mattino. Tutti hanno sentito. Non era un sogno. I dinka hanno assaltato il mercato bevuto e mangiato per prendere le forze e sono andati in battaglia a dare una lezione ai Jur. La certezza arriva poco dopo con un ragazzo dinka con ferita da arma da fuoco alla mano e torace. Lo portiamo subito in sala, il torace e’ ok, solo una scheggia, la mano dobbiamo amputargli un dito. Pensiamo il primo di una serie, invece primo e ultimo. E gli altri? Rosario ci aveva raccontato che nei loro scontri il numero di feriti e’ molto basso perche’ la maggior parte sono morti.

Ore 23.00 della notte dopo. Senti un colpo, forte, come un petardo, ma molto forte come se fosse vicino. Sbaglio o ho sentito uno sparo? Andrea pensa eccoci ci risiamo, Ilenia fa pipì in un catino per non uscire dalla stanza, un piccolo rifugiato corre a spegnere la luce al Presi nella stanzetta di internet. Una quiete strana. Aspetti, aspetti, aspetti. Poi niente spari e niente urla. Torna il sonno e riposi di un sonno superficiale.

Ore 11.00 del mattino dopo. Durante il giro in ospedale senti un colpo, forte, ma davvero molto vicino. Sbaglio o ho sentito uno sparo? Tutti cominciano a correre e a urlare, pazienti, parenti, staff, tutti corrono, si agitano e urlano. Tutti gli uomini cominciano a correre nella direzione dello sparo. Madit, il nostro autista sbuca su una moto con un mitra a tracollo in direzione epicentro. “Ma Madit….??? Madit dove vai…?” Andato. Amos, infermiere della sala operatoria, tolto il camice a cavallo della sua bicicletta inforca un arco e frecce e va verso l’epicentro. “ Amos, dove cazzo vai, sei un infermiere di sala tu, per dio….Amoooooos..” Andato. C’e’ chi corre con un kalashnikov, chi con un macete, chi con una lancia, chi con arco e frecce. C’e’ tutto il paese. Noi guardiamo dai cancelli dell’ospedale attoniti e increduli. Infermieri abbandonano i reparti, persino la donna che prepara il the che qui e’ un rito inalienabile, e’ scappata. Aspetti, aspetti, aspetti. Nulla si sente. I primi ritornano, contenti di aver fatto la loro presenza sul fronte del pericolo, un po’ insoddisfatti per non aver potuto fare di piu’. Tutto finito, si riprende la routine. Dove ervamo rimasti? Chi c’e’ da visitare? Amos posa l’arco e torna in ambulatorio per favore..

Lascia un commento

6 pensieri su “Mission A6, sbaglio o ho sentito uno sparo?”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *