DAY 9-10-11-12

Dinka cattle camp

La vacca è tutto per i Dinka. Non che abbia un reale valore pratico, il latte lo bevono poco, mangiarla assolutamente no anche se non è sacra, formaggi neanche a parlarne, arare i campi neanche ( non ci sono campi da arare, è tutto secco), ma ha un valore assoluto perché glielo hanno attribuito, è come un lingotto, è la loro banca. Le capanne si comprano in vacche, le mogli si comprano in vacche, un eventuale viaggio per farsi operare in Uganda si compra in vacche, tutto, ogni cosa ha il suo corrispettivo valore in vacche. Girano per questa terra arida che sembra incompatibile con la vita con le loro vacche, alla sera si uniscono tutti insieme in quelli che si chiamano “cattle camp”, dove centinaia, migliaia di vacche, con i loro padroni Dinka si ammassano, e nella notte accendono fuochi con l’erba secca a distanza di pochi metri, e in questa enorme coltre di fumo che serve per tenere lontani gli insetti, vivono tutti insieme per una notte. L’indomani di nuovo così. Sono disposti a tutto per le loro vacche, anche a spararsi, e lo fanno di frequente. Sono alti i dinka, gambe lunghe, braccia lunga, spesso armati, hanno un mitra, che tengono a tracollo in bella mostra come una borsetta elegante. Li vedi girare per le strade, per i mercati con la loro borsetta mitra, nell’ospedale no, c’è un bell cartello all’ingresso “no weapons in the hospital” (no armi in ospedale).

Giornata delle emergenze. Prima in ospedale, un addome acuto che non possiamo trattare e decidiamo di trasferire nell’ospedale di Yrol. Due ore di distanza, gestito dal CUAMM. Superati alcuni problemi logistici, prima manca la macchina, poi manca la chiave per aprire il container che ha le taniche di carburante, si attrezza il fuoristrada con un bell materassone e la paziente coricata sopra. Daniele con le ultime luci del giorno parte, la macchina è piena, non si sa come ci sono un paio di bambini con le loro mamme e un paio di sconosciuti. Una macchina che va a Yrol è sempre una macchina che va aYrol, può mica andare mezza vuota con solo una paziente con un addome acuto? Con un paio di stop per cambiare i liquidi e qualche antidolorifico per la paziente che per ogni buca, e sono tante, ha una fitta alla pancia, si arriva nella notte a Yrol. Pina, la dottoressa italiana a Yrol, con grande disponibilità se ne prende cura. Tutto bene. L’urlo di Cristine, ragazza ugandese, nel buio fa partire la seconda emergenza. Il desiderio di Elena dopo tante missioni si avvera. Un bel serpente, ma di quelli seri, lunghi e spessi, data la siccità è venuto ad abbeverarsi nelle nostre docce, che sono due box di latta comuni fuori. Panico per tutti. Jeremia, ragazzo della Tanzania, con un grosso bastone lo affronta. Il serpente ha la peggio, e finisce morte e insanguinato. Noi in compenso adesso andiamo alle latrine, che sono un fuori un po’ distanti, con il bastone, e la notte facciamo pipì in un secchio in casa. Fa caldo, ogni giorno di più, sembra che si alzi di un grado. Si suda tanto, anche la notte, anche da fermi, soffocante. Dicono che deve diventare tutto secco, ma ci fa strano, a noi sembra già tutto terribilmente secco. Domenica è domenica, così tre ore di libertà per andare a vedere il fiume, a un’ora da qui. E’ un piccolo pezzo di Nilo, o un piccolo pezzo che diventerà Nilo, l’acqua è bassa, calda e torbida ma almeno scorre. E’ un via vai di bambini che riempiono taniche. Dove c’è l’acqua c’è sempre più vita.

Bollettino medico

Caso clinico 5: ragazzo giovane, 25 anni, depositato in ospedale legato alle mani e piedi con una fune, nudo, impolverato corpo statuario. Da due mesi improvvisamente parla una lingua che nessuno capisce, è aggressivo con i parenti, incontrollabile. Encefalite? Psicosi organica? Parassitosi cerebrale? Schizzofrenia? Boh..Lo sediamo e lo mettiamo in isolamento. Dopo indagini e colloqui con i parenti rivelano che è l’unico sopravvissuto di un gruppo di amici massacrato, ha assistito. Per adesso sedazione e isolamento.

Caso clinico 6: Paziente anni 46, addome gonfio, va dal medico locale, che deduce che è un globo vescicale, non ha cateteri e decide di pungerlo a livello sovrapubico per drenare le urine. Aspira sangue invece, tanto. Paziente muore. Ospedale troppo tardi.

Caso clinico 7: Bambino in difficoltà respiratoria arrivato nella notte. Nessuno ha avvisato. Bambino muore, neanche il tempo di accendere l’ossigeno. Diagnosi sconosciuta

Caso clinico 8: paziente giovane, 22 anni, hiv positivo. No antiretrovirali disponibili, no terapia. Dimissione.

I Dinka sparati migliorano, chissà poi perché sono sparati tutti nello stesso posto, coscia della gamba destra, le sedute chirurgiche procedono bene a parte le infezioni onnipresenti. Non c’è ferita e medicazione che non abbia pus. Ma l’acqua ossigenata non fa schiuma nella ferita. E’ possibile che l’acqua ossigenata non faccia schiuma? E’ preziosa è viene diluita. Ma troppo. Il meningitico è sempre in coma, sempre peggio, il piccolo con la Kuawshorkore è sempre più edematoso ma niente albumina qui, il piccolo malnutrito migliora, poca alla volta ma migliora.

Abbiamo saputo di Haiti e ci dispiace, per questo il post di oggi, a parte il bollettino medico che quello è, vuole essere leggero, per non mettere anche i nostri pesi in questi giorni dove nei media ci saranno pesi e immagini dure da accettare. Ci dispiace molto, pensare che queste terre già così sfornite e fragile debbano affrontare tale calamità e tali morti. Mandiamo da qui il nostro pensiero.

 

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