DAY 5-6-7-8

Elena e il piccolo

 

La giornata è molto semplice, semplicemente complessa, tutti i giorni uguale. Sveglia alle sette e mezza, colazione nella capanna chiamata mango house, cinque minuti di cammino sulla strada sabbiosa mentre il sole sorge pallido ma grosso, e alle otto e mezza inizia l’attività dell’ospedale. Giro visite nelle stanze delle chirurgia insieme a tutto lo staff locale. Effettivamente i reparti sembrano dei grossi container, otto letti per stanza distanziati da un metro, uomini e donne insieme, più tutti i parenti. Controllo delle ferite chirurgiche, dei cateteri, dei drenaggi, dei parametri, delle terapie, e ri controllo delle attività degli infermieri, che i parametri siano reali, o che per far prima non abbiano trascritto quelli del giorno precedente, che le terapia siano state date davvero e non semplicemente smarcate. Questo fino alle dieci, dalle dieci a oltranza ambulatorio chirurgico. Medicazioni, controlli e nuovi arrivi. E arriva abbastanza di tutto. Il bollettino medico è davvero molto vario. Ernie e appendiciti la fanno da padrone, le prime per una stitichezza estrema dovuta all’alimentazione povera fatta di solo riso, le seconde dovute forse al latte vaccino che il popolo dinka beve in grosse quantità. Stranamente solo nelle appendiciti e intestino dei dinka si trovano sempre delle piccole cisti ascessuali. Ne abbiamo prese due dopo l’ultima seduta operatoria, messe sotto formalina da portare in Italia in anatomia patologica per farle analizzare. Poi infezioni cutanee, ustioni gravi, ferite da arma da fuoco, diarree a profusione, aborti spontanei, tubercolosi, meningite, rari casi di lebbra, malaria e infezioni polmonari poche, è stagione secca, molto secca, troppo secca. La malaria arriva con le piogge, l’ospedale raddoppia i pazienti ci dicono, non possiamo immaginarlo.

Caso clinico 1: dinka sparato ad una gamba dopo lite per le sue vacche, caso molto tipico. Il proiettile ha attraversato la gamba da parte a parte e preso il glande lacerandolo in due. Nella gamba è stato fortunato, non ha preso il femore, ne vasi o nervi importanti. Il glande è diviso in due ma non vuole l’amputazione, così preferisce il catetere perenne. Medicazione tutti i giorni con pulizia profonda della ferita. Antibiotico forte ma l’infezione uretrale non sembra rispondere. Speriamo.

Caso clinico 2: Ragazzo giovane con meningite. Liquor purulento. Quasi sicuramente meningococco. Nessun isolamento, non ci sono posti. Coma. Doppio antibiotico. Il più potente e di ultima scelta qui è il ceftriaxone (rocefin). Oltre non c’è. Da oggi crisi epilettiche. Nessuna risposta alla terapia. Peggiora. Niente altro da fare. Speriamo.

Caso clinico 3 : bambino di sei mesi, coma. Gasping respiratorio. Ossigeno terapia e idratazione. Encefalite? Boh. Danno neurologico? Boh. Non si può tenerlo attaccato sempre all’ossigeno perché la macchina consuma troppo del generatore e poi l’ospedale rimane al buio. La mamma preferisce portarlo a morire a casa. Dimissione.

Caso clinico 4: bambino di otto mesi, sindrome di Kuawshorkore (ipoproteinemia grave) da alimentazione priva di proteine (molto frequente qui) edemi diffusi, soprattutto al volto, capelli lanosi, addome gonfio. Terapia con dieta ricca di proteine. Il bambino non migliora. Si scopre che la mamma ha altri cinque figli, e la dieta che le viene distribuita per il piccolo lei la divide con gli altri cinque. Il piccolo migliorerà, ci vorrà un po’ di tempo.

Finiti i pazienti, finiamo anche noi con le ultime luci del giorno. Si parla ancora dei casi, di quello che si potrebbe fare, o se è stato fatto tutto il possibile.

Nella mango house ci aspetta la cena, che poi sono gli avanzi del pranzo, ma è abbastanza perché difficilmente il pranzo si riesce a fare. Sempre uguale. Pasta in bianco, riso in bianco, fagioli, tonno in scatoletta. Punto. Tutti i giorni. Non c’è frutta, nessun tipo, non c’è verdura. Il pensiero di un arancia ci fa salivare di brutto. Caffè liofilizzato, latte liofilizzato, no coca cola. Il posto è davvero isolato. Nessuna produzione locale. Tutto arriva con camion che fanno viaggi della speranza dal Kenya o dall’Uganda. Lo stesso materiale dell’ospedale arriva così, due volte all’anno. Tutto diventa prezioso. Le fisiologiche costano care, non tanto loro, quanto il trasporto. Ma perché fare un ospedale in un posto così isolato? Perché Mapourdit ha il suo grande punto di vantaggio, il suo isolamento lo tiene lontano da qualsiasi zona di interesse, e in caso di guerra potrebbe rimanere esentato da gravi disordini e portare aiuto alla popolazione.

La sera si parla. Qui è arrivato da pochi mesi Padre Daniele , comboniano, che dopo nove anni a Korogocho con Padre Alex Zanotelli, con i ragazzi della baraccopoli della discarica di Nairobi è venuto qui in Sudan per una nuova sfida. I suoi racconti sono una testimonianza forte, forse troppo forte, ma sicuramente costruttiva. Poi viene buio, molto buio, che scende sull’ospedale, sul villaggio, quasi a spegnere la giornata, e anche volendo non si può far molto e si va a dormire. Per fortuna la stanchezza smorza i pensieri.

Approfitto delle parole di Valentina sul commento alla foto “Lo sbarco di Elena e Caterina” per rispondere. Cara Valentina, anche se non ci conosciamo ci fa molto piacere sapere che sei passata di qui, e forse più di altri potrai leggere e vivere questi brevi racconti. Anche se dal blog spesso si scrive bravi, siete dai grandi, ti garantisco che non siamo ne eroi, ne medici in prima linea come dici tu. Siamo pieni di paure e incertezze, con un invincibile e costante senso di inadeguatezza. Speriamo di aver fatto giusto, speriamo non arrivi un parto cesareo complicato, speriamo l’operazione non sanguini troppo, speriamo, speriamo, speriamo. Poi passerà un mese, e sarà ora di rientrare. E il nostro rientro non sarà diverso dalla tua fuga dopo due giorni, perché un mese in un posto che richiede mesi, anzi anni, forse una vita intera, è come due giorni.

Stai certa che ti saluteremo Rosario che tornerà tra tre settimane, e grazie dell’aiuto a questa missione da parte della tua associazione, anche se inadeguati, faremo tutto il possibile.

ATTENZIONE: LE IMMAGINE MEDICHE QUI SOTTO POSSONO RISULTARE DURE.

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