DAY 1-2-3

Effettivamente un nome, una garanzia; nove ore di attesa a Tunisi, tre ore di ritardo, i miei due bagagli smarriti, ma non solo i miei, quelli di cento passeggeri, così alla due del mattino la coda per la denuncia è lunghissima. Père Augustin nella mail mi aveva scritto che sarebbe venuto a prendermi e volendo una maglia mi aveva scritto che è un uomo grosso. Sono uscito dall’aeroporto per avvisarlo che la faccenda era ancora lunga. Così effettivamente l’uomo grosso con faccia sorridente mi viene incontro, mi saluta amichevolmente, ha i lineamenti duri e una camicia rosa. Mi riaccompagna dentro, spintona un po’ qua e la per farmi avanzare. Naturalmente i due impiegati nonostante siano le tre del mattino, e siamo in cento in coda, se la prendono con tutta calma, penso che questa faccenda dei bagagli smarriti avvenga un giorno si e uno anche. Augustin mi dice che sarebbe meglio avvisare il posto dove dobbiamo andare a dormire visto l’ora, ma lui non ha credito (tipico). Gli do venti euro, e gli dico di prendermi anche una sim che tanto devo chiamare e avvisare FTC team e Piazza Lombardia che sono arrivato se no mandano una spedizione a prendermi. Almeno così mi hanno promesso, e sono sicuro che alcuni di loro sono abbastanza matti da farlo. Lui piega il biglietto da venti meticolosamente nella sua mano grande quasi a nasconderlo e con sguardo languido va. Dopo un’ora in coda con scene di tutti i generi, mi sento toccare sulla spalla, mi giro e vedo un uomo un po’ meno grosso ma più distinto, ha una polo blu, gli occhiali e un cartello stropicciato con scritto a pennarello dott. Daniele Sciuto. “Je suis Père Augustin” mi dice. Ho capito. Quello di prima non era il vero Augustin, ma decisamente un buon improvvisatore. I venti euro valgono tutti la risata che mi sono fatto quando ho capito. Fortuna che non gli ho lasciato il trolley con tutto, ma proprio tutto dentro, come gentilmente mi aveva chiesto (non lo lascio mai a nessuno tranne a Jose) se no, non mi veniva da ridere per niente. Alle cinque siamo fuori, andiamo in una casa di non so bene chi, ma che possiede un letto comodo, a riposare.
Dal mattino spiego il tutto ad Augustin e cominciamo a girare per la dogana. Dopo un giorno di incontri, telefonate, strette di mano, il punto è questo: se con la dogana ci parlo io il costo è quattro volte superiore, se ci parlo io con Augustin scende a tre volte, se solo Augustin due (i missionari vengono considerati comunque una classe con i soldi), se un uomo “comune” ma capace, perché conosce, se la può cavare con il prezzo giusto e qualche mazzetta. Qui si chiama il “transiteur” l’uomo che sbriga le pratiche. Così io dico ad Augustin, che dice all’uomo comune che dice alla dogana. Se posso usare un termine poetico, come direbbe un mio caro amico ” non ci si capisce una stramaledetta mazza”. Abidjan è una città strana, ha un centro che chiamano il Plateu, con grattacieli, una zona periferica con delle belle case, e nel mezzo baraccopoli sparse di fango e rifiuti. Fortuna che a differenza dell’India, qui l’infradito non va molto, vince il mocassino, così posti di lavoro in più, tanti ragazzini girano con uno zainetto con due spazzole e un pezzo di legno dove fanno accomodare la scarpa del cliente per lucidarla. Ah, si è pure rotta la macchina. Père Augustin se devo essere sincero non mi sembra molto interessato a questa faccenda del container e delle biciclette, o almeno, chi è interessato si comporta diversamente. Il che mi crea qualche difficoltà in più. Allora domani lascio Abidjan e Augustin, prendo un pulmann verso Yamousokrou, mi han detto che c’è un missionario che si chiama Flavio, molto capace, che ha già portato molti container in questo paese, voci dicono che possiede anche i camion per trasportarli.
La casa dove sto è su una piccola collina, dal terrazzo del secondo piano si vede un greto di torrente secco dove è costruita una baraccopoli. Salgono i rumori delle voci, che devono essere tante, di pentolame che sbatte, di pianti e risa di bambini. Mi viene da fare due calcoli: questa è la sedicesima spedizione che faccio e il nono paese che vedo per azioni di supporto, eppure l’amarezza e il senso di ingiusto nel vedere come vivono e come viviamo noi è purtroppo sempre uguale.

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