Mission A1-resoconto completo

Sono tornato. Per i più curiosi che vogliono entrare più dentro Mission A1, ecco il resoconto completo, l’ho scritto a fine di ogni giornata, sottraendo tempo prezioso alla canasta con Jose, che tanto poi mi massacra sempre, ma vincere contro un Missionario e in più indiano è quasi impossibile. Ho cercato di farlo il più cronistico possibile per portare al meglio la carrozza di FTC blog in Africa. Li dove non lo è, tutti quelli che hanno un orobilogio come Saltatempo e me, capiranno. Allora buon viaggio, il biglietto è gratis, se poi alla fine volete lasciare un offerta lo sapete che noi siamo contenti, abbiamo ancora tanto da poter fare…

Day 1-2: Pietra Ligure-Roma-Doha-Dar es Salaam, 38 ore di viaggio. Un missionario indiano, un medico italiano, in terra d’Africa, decisamente curioso. Dar es Salaam sembra essere una bella città, ben sviluppata, abbastanza ordinata e pulita, anche nel traffico, non suonano tutti il clacson a raffica come matti come in India. La nazionale di calcio della Tanzania oggi gioca, per le strade davanti ai negozi di elettrodomestici sono tutti accalcati per vedere la partita su quel televisore incastonato tra frigoriferi e stereos. Dopo una breve pausa ci muoviamo in direzione sud, verso Morogoro, la strada è larga e ben asfaltata, e corre su una lunga piana. Le ore di viaggio sono tante e il caffè lascia molto a desiderare, Arrivati a Morogoro è gia notte. Poco dopo la strada peggiora, diventa più piccola ,si attraversa il parco di Mikuni, poi d’improvviso a lato una giraffa mangia tranquilla, poco dopo un elefante passeggia, una civetta enorme spicca il volo, e una serie di occhi rapidi attraversono spesso la strada. Svoltati a sinistra la strada cambia ancora, diventa uno sterrato pieno di buchi, e dopo una moltitudine di piccoli ponti (la parola Mikuni è un diminutivo di fiumi) dopo un pò, arriviamo a Msolwa Ujamaa, è questo il nome della destinazione finale. E’ tutto buio, quella che doveva essere la missione in realtà è una piccola casetta metà in cemento metà in mattoni, il tutto ricoperto di lamiera. E’ la quarta volta in Africa ma ogni volta mi dimentico quante stelle ci siano nel cielo di qui, sembra quasi non ci sia spazio per una in più. Anche la luna calante sorprende, ha tutte e due le punte rivolte verso su, sembra un sorriso. Fortuna c’è una zanzariera azzurra, le mie sono tutte nell’armadio ad Eluru in India.

Day 3: Il mattino a Msolwa Ujamaa è decisamente piacevole, davanti alla casa c’è un tubo che funge da fontanella dove a turno vengono a riempire secchi di acqua. Anche i più piccoli arrivano con il loro bidone,a volte temo che a caricare secchi così grossi si spezzino la schiena a metà, ma dopo un barcollante sforzo iniziale si avviano tranquilli verso casa con il carico in testa, e guai se glielo togli, si arrabbiano come matti. E’ domenica, giorno di festa, ci accolgono con danze e canti tribali. Sono canti a più voci con urletti e grida, ballano e con fischietti segnano un tempo molto frenetico, sono carichi di entusiasmo, anche i più piccoli ballano con un ritmo molto naturale. Msolwa sorge in una piana immersa nelle piantagioni di canna da zucchero interrotta su un lato da scoscese montagne ricoperte da foresta pluviale, il clima è mite, fa caldo ma la brezza che arriva dal monte lo rende sopportabile. Non riesco a capire quanto grande sia il villaggio, sono tutte case sparse nella foresta, qualcuno mi dice settemila persone. Le case sono terribilmente semplici, quadrate, fatte di mattoni e lamiera, nessun ornamento architettonico, neanche l’intuizione. Lo dico a Jose e lui mi risponde con un detto indiano che recita “se hai tanti capelli in testa puoi acconciarli in molti modi, se ne hai pochi non ci provi neanche”. In confronto all’india qui sembra deserto, tutto molto tranquillo, i bambini sono comunque tanti. La gente è molto timorosa, ti guarda ma tende a nascondersi, quando superano la paura sono molto cordiali, ti stringono la mano con un gentile karibù (benvenuto). Andiamo a vedere due terreni per cominciare a valutare cosa fare, sono entrambi bellissimi, uno subito alle pendici della montagna, si vede da un lato tutta la piana, dall’altro la moltitudine fitta degli alberi della foresta. L’altro è un poco più in basso più vicino alla strada. Nonostante la bellezza forse non sono adatti per un eventuale scuola, il primo è troppo in pendenza, prenderebbe troppo tempo e soldi per metterlo a livello, e poi c’è il rischio che dalla montagna venga giù troppa acqua durante la stagione delle piogge che rovinerebbe tutto il terreno. Il secondo è in parte coltivato ed è guisto che rimanga tale. La terra non costa tanto, in compenso scopro con sorpresa che il costo dei materiali per costruire è terribilmente caro, quasi il doppio rispetto all’India. Il tutto farcito da una moltidudine di regole e difficoltà da parte del governo, naturalmente a pagamento. La questione non è niente facile. Il telefonino prende a tratti (nel senso che non prende, poi per un breve tratto imprevedibile si) per mandare gli aggiornamenti per il blog devo scriverli e passeggiare avanti e indietro su un preciso percorso per 20-25 minuti di media e poi in qualche modo parte. La notte è molto buia, poche case hanno l’elettricità, ma tanto Msolwa è già a dormire.

Day 4: Un altro giro per stare in mezzo alla gente locale e per capire qualcosa sui terreni. Poi andiamo fino a Ifakara. La strada è senza speranza. Approfitto per vedere l’unico ospedale di tutta la regione. E’ abbastanza grande, ha due sale operatorie, un pronto soccorso e sei stanze con i letti. Ogni stanza ha 24 letti. E’ abbastanza pulito. Sul fiume a delta li vicino cerchiamo gli ippopotami, ma non ci sono, dicono che fa troppo caldo per loro.Giro con Lijou per il villaggio, la gente è meno timorosa, si avvicina per stringere la mano. Come al solito non capisco di chi sono tutti questi bambini, sono tutti in giro, a loro volta si portano in braccio i più piccoli. I più coraggiosi salutano dicendo “shikamò” è un termine antico dai tempi della schiavitù che i più piccoli devono dire in segno di rispetto agli adulti e significa “ai tuoi piedi”, bisogna ripondere “marahaba”. Scappano via ridendo, probabilmente lo dico male.

Day 5: Giornata dedicata a cercare un frigorifero per Padre Lijou. Lijou ha 31 anni, non è molto alto, capelli neri, fitti, sempre pettinati e due occhi svegli, denti perfetti. Parla ormai molto bene lo swaili, ha anche imparato a darsi una tiratina ai genitali inarcando il labbro sinistro,(tic locale) che però su di lui lo fanno assomigliare più ad un giovane mafiosetto siciliano che un missionario indiano. Da circa due anni vive è in questa piccola casetta a Msolwa. Sono due stanze e una sala e una cucina. Per poter conservare il cibo e non fare sprechi Jose vorrebbe comprare un frigo. Il posto più vicino è Morogoro. Trovato il frigo, ma dopo estenuente ricerca alla stazione dei bus non troviamo il modo per trasportarlo. Per adesso niente frigo per Lijou. La stazione dei bus è una ammasso di vecchi pulman, persone che gridano destinazioni battendo sulle lamiere per attirare l’attenzione, donne e uomini con cesti carichi di cibo e bevande che si ammassano allungando le braccia a più non posso sotto i finestrini per cercare di vendere qualcosa ai viaggiatori. Il delirio penso possa essere raffigurato in tanti modi, questo è sicuramente uno. Tra un pò mi infilano a forza su un bus pur di riempirlo, peccato che io non debba partire. Attraverso Mikumi, questa volta di giorno giraffe, gazzelle, zebre prima ci guardano curiose, poi al minimo rumore corrono via. Jose è arrabbiato perchè io ho visto le giraffe e lui non gli elefanti, ma dopo poco arrivano anche loro. Msolwa di notte è completamente spenta, a prima vista i sentieri si perdono nel buio, poi invece appena gli occhi si abituano si vede tutto,sono stradine di terra rossa battuta dal continuo calpestio che con l’aiuto della luna che filtra tra gli alberi si illuminano. Non c’è rumore, si capisce dove sono le case dai piccoli fuochi accesi di fronte.

Day 6: Controlliamo metro per metro il terreno, quello vicino alle pendici della montagna. Jose cammina con il suo bastone su e giù tra il mais che sta crescendo, non manca di farmi vedere e spiegarmi tutti i tipi di piante che incontriamo, dalla papaya al mango, all’anacardo, all’aloe e tutte le loro proprietà mediche. Sa già che tanto se me lo chiede domani, la metà non le riconosco e l’altra metà non me le ricordo. La parte più in basso è abbastanza pianeggiante, sarebbe adatta, ma bisogna prendere della terra in più li vicino, il governo per la scuola richiede otto acri di terreno. Questa però appartiene a diversi propietari, uno è Patrick, costruttore locale di alto borgo, persona elegante,nero nero con gli occhi azzurri, distinta dall’inglese buono che gira con un fuoristrada enorme bianco. Sta costruendo un albergo fatto di bungalow li vicino, cosa ci faccia con questi e soprattutto con quali soldi li abbia fatto è tutto molto dubbio. Con lui si potrebbe cercare di fare uno scambio, la parte più alta del terreno che è scoscesa ma più vicino al suo hotel in cambio di quella più bassa e pianeggiante che permetterebbe alla scuola di crescere. Non sappiamo se accetterà la proposta. I capi villaggio che inizialmente, contenti della possibile nascita della scuola per i loro bambini, avevano dato la disponibilità del terreno, adesso chiedono in cambio la costruzione di un ufficio per loro per gestire affari del villaggio, almeno questo chiedevano ieri, oggi ne hanno chiesti tre di uffici, temo quello che chiederanno domani. Ma queste sono solo trattative. Il prezzo giusto della terra qui è di 500 dollari per acro, non intendiamo comprarla a un prezzo nè di più nè di meno. Domani i reponsabili del villaggio faranno l’ennesima riunione, per adesso tutto sembra molto difficile. Fortuna che Carym sbuca dal nulla e pur di staccare dal lavoro si offre di portarmi a vedere la foresta. Dentro è tutto fitto, i sentieri li vede solo lui, per me è solo densa vegetazione, tanto che il sole non si vede. Raggiungiamo un fiume scavato nelle rocce e lo risaliamo, spero di incontrare il grande serpente nè tantomeno la piccola Billartia. Lui si muove agile e veloce da una roccia all’altra io un pò meno, fino ad una bellissima cascata. La natura è davvero tanta e imponente. Carym si spoglia e ne approfitta per lavarsi dentro una delle pozze, è magro e muscoloso, dello stesso colore delle rocce. Ha 17 anni, studia in una scuola del governo, parla un inglese fatto tutto di z (zhe house, zhe school) nel tempo libero lavora come muratore. Mi dice che sogna l’europa e l’america, mi è difficile spiegargli che per certi versi è molto meglio qui, la sua terra. Nel pomeriggio vado a conoscere il para medico del dispensario di Msolwa. Il dispensario ha cinque stanze, una per la registrazione dei pazienti, una sala visita, una per i parti (20 al mese), una per il family planning (controllo delle nascite) e una per le vaccinazioni, dove ci sono due grossi contenitori di plastica simili a quelli per i pic-nic con dentro i panetti di ghiaccio e i vaccini. La malaria è la padrona di casa con 190 casi al mese, poi infezioni respiratorie, diarree e vermi. Poi di nuovo tutto il pomeriggio di trattative, la mentalità africana è molto diversa da quella indiana.
Mentre rientro a casa attraverso i sentieri che comincio a conoscere del villaggio mi viene un senso di pena per me, per la nostra società, per i nostri bambini, per come non abbiamo più occhi che sanno vedere al buio, la possibilità di sentire la natura, di lasciar correre i nostri bambini liberi ovunque con tanti altri bambini, di annusare come cambiano gli odori della terra e degli alberi nella giornata, di andare a dormire semplicemente quando è buio.

Day 7: Lijou, l’unico che parla swaili, si prende cura dell’ennesima riunione dei capi villaggio per giungere a qualche punto non di arrivo ma almeno di partenza, continuano a sbucare nuovi propietari che dicono di avere un pezzo di terra li. Ma Lijou è abbastanza un dritto, e poi alle spalle ha Jose che da buon ed esperto indiano non si fa fregare facilmente. Io mi dedico al mattone: come si costruisce a mano. Quindici carriole di terra più due sacchi di cemento che vengono circa 10 euro l’uno, mescolati ben bene con il badile con aggiunta di acqua. Il tutto viene messo in una piccola pressa che saltellandoci sopra comprime il tutto. Poi bisogna sollevare con delicatazza il 13 kg di mattone fresco e metterlo al sole. In due (di loro)si riescono a fare 200 mattoni al giorno. Fisicamente è massacrante ma è entusiasmente che si riescono a fare mattoni facilmente, il che in un posto dove si fa fatica a procurarsi qualsiasi cosa è fondamentale. Oggi è giovedì, l’unico giorno in cui le donne possono entrare nella foresta per raccogliere la legna per i fuochi ( infatti ieri io e Carym ci siamo presi un discreto cazziatone per averlo fatto). Gli uomini non sono ammessi perchè si teme che possano abbattere gli alberi che sono protetti. Così, le donne in gruppo perchè temono gli animali aggressivi, si addentrano nella fitta vegetazione ed escono con le loro fascine sulla testa. Dopo sette km di sterrato che corre in mezzo alle interminabili piantagioni di canna da zucchero, che guarda caso sono di proprietà di una ditta di nome Kilombero Sugar estera con sede in Sud Africa, arriviamo a Ruwaha dove c’è un mercato discretamente fornito dove possiamo fare provviste. I mercati qui sono ben diversi da quelli indiani, sono spogli, hanno pochissime cose, tutte di importazione di scadente qualità. Puoi trovare esposte le maglie con la foglia di Mariuana, o le scritte inglesi più stupide o di qualche squadra di basket americana. Cerchiamo anche qualcuno che abbia macchine per appianare il terreno nel caso tutte queste trattative andassero a buon fine. La sera a Msolwa è sempre buia, ma hanno incominciato ad accendere fuochi per scaldarsi, qui sta per iniziare l’inverno, di giorno fa caldo ma la sera è freddo. I fuochi sono fatti con pile di foglie secche, mettoni li i bambini piccoli tutti in cerchio. Fa un fumo pazzesco più che un fuoco, io respiro a malapena, non so come facciano loro. Msolwa, il che potrebbe far felice il dott. Patata, ha anche un pub. E’ una tettoia di paglia dove alla sera tutti si riuniscono alla luce dei lumini e arrivano le donne con dei catini pieni di birra locale fatta da loro con il mais, e con un grosso mestolo la servono a chi la desidera. C’è un odore forte e pungente di alcool che si sente da lontano, è un abitudine del villaggio. Usicumwema (buonanotte).

Day 8: Manoj non sta molto bene, ha febbricola, dolori muscolari e cefalea, forse malaria, Lijou è da qualche giorno che tossisce senza tregua, probabilmente pneumonia (tutti i tipi di infezioni polmonari vengono chiamati così), e per finire in bellezza la nostra triade di medicina tropicale io ho un bell’eritema strano che prende spalle, collo e fronte, sembro una fragola, penso sia un effetto collaterale del Malarone, infatti ho smesso di prenderlo, preferisco rifarmi la malaria che tanto il tempo che dura l’incubazione sono in Italia, così mi faccio registrare in pronto soccorso e posso stare un pò tranquillo con i miei amici senza che il supremo chiami la vigilanza e poi mi faccio un paio di giorni in malattie infettive che mangio e mi riposo un pò ed è l’unico reparto che non conosco molto del Santa Corona. Ci muoviamo lo stesso, torniamo a Ruwaha per parlare con la Union Trans Tanzania Workshop, unica ditta che possiede le macchine per fare gli scavi del terreno. Di Tanzania questa ditta ha solo il nome e la manovalanza, per il resto è proprietà guarda caso Sud Africana, in realtà metà Inglese metà Australiana. Li riconosci subito, sono tutti bianco pallido (come facciano a rimanere così pallidi anche in Africa lo sanno solo loro), barba incolta, sigaretta pendente sulle labbra, cappellino da basball con visiera ultra piegata, e faccia incazzata. Mentre aspettiamo li osservo dalle vetrate dei loro uffici, sono tutti seduti dietro un pc portatile, con una postura mista vecchio imperatore decaduto e camionista americano ubriaco, davanti hanno qualche lavoratore locale in piedi con tono ossequioso e dimesso. Non lo so, forse gli stanno insegnando come si lavora con la disciplina, quello che so che a vedersi è una brutta scena. Ruomo, l’impiegato che aspetta li con noi ci dice sottovoce “non hanno umanità”. Arriva finalmente Kevin, stesso identico ritratto ma senza barba incolta, un pò di brufoli messi a caso e con il sorriso. E’ Australiano, da tre anni a Ruwaha a giocare con i mega trattori, ci dice che le sue macchine costano 120 dollari all’ora e può farci il lavoro in 25 ore. (sti cazzi penso io, Lijou e Manojou probabilmente anche ma sicuramente in altri termini). A Msolwa con mia grande sorpresa scopro che c’è una piccola guest house, così vado a vederla. E circondata da manghi,ha quattro stanze, è molto spartana ma perfettamente adatta a noi, così gli ingredienti per il futuro Team di Mission A2 non mancano.

Day9-10: E’ ora di cominciare il lungo rientro, l’orologio ha segnato dieci giorni, l’orobilogio molto di più. Una vecchia signora avvolta in un telo giallo mi strige la mano e chiede “quando torna?” “presto”. Salutare Lijou e Manojou mi crea dispiacere, hanno la mia età, lasciarli in un posto così isolato e povero di tutto mi sembra di abbandonarli, ma così non è, loro faranno la loro parte, io con tutto l’ FTC team la mia, e insieme porteremo aiuto a Msolwa. Attraverso Mikumi niente giraffe oggi, però mi hanno mandato un paio di babbuini dalla faccia nera e il sedere lucido, mi sembra che mi abbiano detto “arrivederci”.

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