Mission VII: day 14

10 mar
2010


Il viaggio di ritorno

Prendiamo treno, macchina, bus e aereo: 36 ore in tutto, che passiamo a chiacchierare, a sonnecchiare, ma soprattutto a pensare guardando fuori dal finestrino. Vediamo scorrere velocemente l’India da spettatori quali siamo, ma con la presunzione di esserne stati i protagonisti, anche se per poco, abbastanza però per guardare tutto con gli occhi a volte un po’ umidi, a volte sorridenti.

E’ stato faticoso. Non fisicamente in quanto siamo stati sempre coccolati dai nostri amici missionari, abbiamo sempre dormito nei loro letti migiori e mangiato il loro miglior cibo con sazietà.
E’ stato faticoso vedere ancora una volta la loro povertà e dovere decidere di aiutare solo qualcuno e non tutti come avremmo voluto.

Mi sono chiesta mille volte perchè Joiti? Per quale segno del destino due anni fa a Machillipatnam abbiamo visitato proprio lei, l’ abbiamo fatta operare e ancora oggi la seguiamo con “adotta un malato” e facciamo di tutto affinchè possa guarire! Le abbiamo comprato vestiti ed una mela,ci ha chiesto una mela… perchè non l’aveva mai mangiata…

E perchè con ” adotta un bambino” sosteniamo gli orfanotrofi di Ponugodu e O.D.C.?

Non sono riuscita a trovarne risposta…

Voglio ringraziare Carlo e Desirè, miei insostituibili compagni di missione, senza i quali Joiti non avrebbe assaggiato quella mela!

Il nostro resoconto è sempre stato scritto a sei mani, ma sono sicura che anche oggi condividano i miei pensieri!

A loro va il mio Namastè.

3 Commenti a Mission VII: day 14

Desirè Identicon Icon Desirè

marzo 14th, 2010 at 21:03

Grazie Ile ho letto Day 14 e mi sono emozionata come sempre in ogni giorno durante questa mia prima missione..non conosco come te la risposta a quei perchè ma mi rende felice l idea di credere che comunque ce ne sia uno e che nel mio piccolo ho fatto qualcosa per realizzarlo..grazie anche all instancabile Carlo come lui penso che valga sempre la pena provare..Namastè a voi..

Barbara Identicon Icon Barbara

marzo 19th, 2010 at 00:15

Tempo di rientro.
Due paesi lontani tra loro, diversi per lingua e cultura, che condividono l’appartenenza al cosiddetto “sud del mondo”…
Un grande “perché?”.
Espresso da una singola voce, ma sentito nei cuori di tutti quanti hanno partecipato alle diverse missions.
E nei cuori di chi vi segue, certo. Ma con un peso diverso…
Per voi è un “perché?” molto difficile da reggere e portare non solo perché gli occhi hanno assorbito e registrato nei ricordi (chi, come me, vive di riflesso certe esperienze, da quelli è salvo…), ma anche per il tipo di lavoro che molti di voi fanno tutti i giorni, qui, nella terra del benessere.
“Find the cure”…trovare la cura…Il fondatore è un medico. L’ftc team è composto in buona parte da medici e infermieri, per i quali ogni giorno quel “perché?” si ripresenta. Perché la malattia, la decadenza del corpo, perché la morte…?
Ho provato a “mettermi nei vostri panni”…Ogni giorno combattete per scelta e vocazione la battaglia con la dama nera e la sua falce; ogni giorno, qui, con le tecniche d’intervento all’avanguardia, le dispense dei farmaci abbastanza fornite, le strutture non totalmente adeguate, ma tuttosommato dotate del necessario per svolgere il vostro operato, convivete con la possibilità di veder vanificati i vostri sforzi. La morte a volte vince. Esiste. Fa parte della vita.
Ma altro è lì. Nelle terre di missione. Nelle terre dove il minimo indispensabile per poter essere almeno ad armi pari è una rarità. O un’eccezione. E spesso per arrivare a quel minimo basterebbe veramente poco. In molte situazioni non occorrerebbe neppure “trovarla”, la cura…la si conosce perfettamente. E’ una di quelle che danno risultati certi e consolidati. Ma mancano i mezzi. Mancano…in realtà, a ben guardare, ci sarebbero i mezzi. Ci sarebbero pure le strutture. E il personale. Anche lì. Ma alla povertà, che dipende in buona parte da come funziona il sistema internazionale, si aggiunge la corruzione del sistema locale. Si aggiungono uomini e donne…no, quasi sicuramente solo uomini (perché le femmine hanno minor accesso all’istruzione) che, pur avendo pronunciato il giuramento di Ippocrate, si fanno pagare due volte (dallo stato e dai pazienti che possono permetterselo…gli altri possono tranquillamente crepare) per dispensare le loro prestazioni.
Allora quel perché assume un’altra faccia. Allora quel perché diventa un macigno. Allora quel perché diventa rabbia. E voglia di urlare. E lacrime appena velate, perché lasciarle scendere sembra mancanza di rispetto nei confronti di chi, quelle terre, le abita.
Si prova a tamponare, si cerca di sostituirsi, di fare quello che spetterebbe ad altri, di raggiungere il maggior numero possibile di esseri umani…ma L’India (Haiti ed ogni terra in cui la dignità viene negata) è grande… una bambina, lasciata in buone condizioni, si aggrava e necessita di nuove cure. Siete tornati, e così quelle cure le ha avute, altrimenti? E chi non avete raggiunto? E un’altra bambina, in un villaggio lontano, in condizioni peggiori, che non avete mai conosciuto?
Il “perché” diventa troppo per un cuore solo. E spesso la condivisione con altri cuori non è sufficiente ad alleviare il senso di impotenza di ciascuno. Chi sceglie di dedicare la sua vita alla cura, credendo in quello che fa, mettendoci anima e corpo, consapevole che andrà incontro a sconfitte certe, anche qui, dove si tenta di garantirla ad ogni essere umano (“io curo non denuncio”), come può accettare che esistano luoghi in cui quella stessa cura non è un diritto, ma un privilegio?
Questo senso d’impotenza può arrivare a trasformare un’azione pregna d’umanità, in una responsabilità gravosa da portare addosso.
Posso ipotizzare come debba essere stato il rientro a casa, alla routine, al mondo benestante, con le preoccupazioni per chi si è lasciato là (nel caso di Haiti anche con il pensiero che molto di più si sarebbe potuto fare se chi è a capo del coordinamento per gli aiuti ed il governo locale si fossero comportati diversamente) e con i tanti “perché?” ai quali non si trova risposta.
Forse non esistono risposte. Forse ognuno trova la sua, di risposta, un giorno alla volta, nella continua ricerca di senso della propria esistenza.
Allora la risposta al perché si trasforma in quella che chiamiamo “fede”, nella forma che sentiamo appartenerci di più.
Ho riletto più volte le parole del report su Haiti. Tanti i “perché?” emersi via via dentro di me… E dopo aver letto “il viaggio di ritorno” di Mission VII un altro “perché?”, che rimane sospeso nell’aria… allora sono andata a ritroso, a cercare qua e là tra i resoconti delle missions precedenti… India e Africa, e poi di nuovo l’India di oggi e Haiti…
E nel tornare al punto di partenza ha preso forma il mio personale tentativo di risposta.
Nel report su Mission OH il popolo haitiano viene definito duro, forte, il primo ad ottenere l’indipendenza … l’anziana del villaggio ha visto il primo medico a settantanni…prima non c’era nessuno, e probabilmente, dopo, non ne verranno altri. Eppure è andata avanti, con la dignità e le energie che il contesto le permetteva…a Port au Prince “la città brulica di vita, tutto scorre nel caos insieme alle macerie come se nulla fosse”…il lavoro del Presi e di Masengo sono stati preziosi per le popolazioni dell’entroterra, soprattutto perché le azioni erano mosse dall’amore… Ma io voglio credere che il popolo haitiano troverà dentro di sé le forze per superare questa tragedia. Grazie ad aiuti densi di umanità come quelli portati, ma anche grazie alla capacità di reagire che ha sviluppato nei secoli…
Così come i progetti desiderati e venuti alla luce in terra indiana sono tentativo di risarcimento e possibilità di rinascita. Ma in quella stessa terra, sacra e colorata, è nato Gandhi. E lì ha portato avanti la lotta per il suo popolo e con il suo popolo. Una lotta che ancora oggi molto ha da insegnare a noi occidentali così “progrediti”.
Questa è la meraviglia per cui il genere umano è ancora presente e non si è estinto, nonostante gli orrori ed i cataclismi climatici che si sono susseguiti: il suo essere ostinatamente attaccato alla Vita.
Non ho vissuto direttamente, non conosco, non ho visto i corpi dilaniati dalle armi in Sudan, non so cosa sia la fame, la dignità negata… ma questa è la mia “fede”. Che esista una forza intrinseca nella terra e negli esseri umani che la abitano, che è più potente della distruzione e della morte…e che anche nelle situazioni più deprivate, questa forza vitale non è estinta. Seppur silente, attende il momento di risollevarsi. Se perdessi questo credo, mi rimarrebbe solo l’orrore. Arriverei a considerare pazzo chiunque mette al mondo una nuova vita. Arriverei a considerare priva di senso la mia stessa vita, così inspiegabilmente più facile di quella di altri.
Allora il mio tifo va a tutti coloro che si adoperano nel contrastare le disuguaglianze sociali, affinché “gli occhi a volte un po’ umidi” diventino sempre più spesso “sorridenti” al pensiero ed al ricordo dei passi fatti. E che questo sorriso sia più potente del male nel cuore per quelli enormi ancora da attuare o della morsa allo stomaco per quelli che altri potrebbero/dovrebbero fare e non fanno.
Perché esiste ciò che ci è dato di compiere ed esiste quello che si porta a compimento, indipendentemente da noi.
Perché siamo schegge di un’unica creazione, in cui i cambiamenti individuali, anche se minimi, influenzano il cambiamento del sistema.
E perché il cammino per un’evoluzione globale dell’umanità durerà ben più a lungo di quanto potremo vedere… ma altri lo hanno iniziato, ed altri verranno dopo, in qualunque parte del mondo, per perseguire lo stesso scopo.
Forse proprio tra i bambini di Ponugodu. Forse uno di loro, cresciuto con maggiori opportunità di altri, sarà portatore di miglioramenti. Nella terra in cui è nato. Per il suo popolo.

“Il nostro motto in Comunità è la scritta che mio fratello partigiano lasciava in giro ovunque: OSARE LA SPERANZA.” Don Andrea Gallo, fondatore della Comunità di S.Benedetto al Porto di Genova.

Alcune Domande vennero cantate da un uomo solo, più di quarantanni fa, e diventarono voce di moltitudini. Domande drammaticamente ancora attuali. Ostinatamente ancora attuale è la speranza che “la risposta, amico mio, sta soffiando nel vento…”

Con queste parole vi giunga il mio “Namasté”.

Barbara

How many roads must a man walk down,
before you call him a man?

Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail,
before she sleeps in the sand?

Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly,
before they’re forever banned?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
the answer is blowin’ in the wind.


How many times must a man look up,
before he can see the sky?

Yes, ‘n’ how many ears must one man have,
before he can hear people cry?

Yes, ‘n’ how many deaths will it take, till he knows
that too many people have died?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
the answer is blowin’ in the wind.


How many years can a mountain exist,
before it’s washed to the sea?

Yes, ‘n’ how many years can some people exist,
before they’re allowed to be free?

Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
pretending he just doesn’t see?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
the answer is blowin’ in the wind.

f. Identicon Icon f.

marzo 20th, 2010 at 10:12

Grazie Barbara.
Grazie per avermi regalato questo momento di riflessione.

f.

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