L’ABOUT DI ROBY: KARIBU come OSPITALITA’

K come kanga, le stoffe colorate che rendono vivaci le strade, le case, i negozi e le persone. Se penso all’Africa, penso alla pelle nera delle donne, degli uomini e dei bambini avvolta in quei tessuti, utilizzati per qualsiasi cosa: fasciare i neonati, vestirsi, coprire un tavolo o addirittura trasportare una gallina per otto ore in pullman.

A come amicizia: quella vera, che vivo quotidianamente a casa e che mi ha accompagnato in Tanzania senza alcun dubbio sul fatto che si sarebbe rafforzata e così è stato; quella nuova, che scopri in un gruppo pink così numeroso e vario, condividendo per settimane attività, parole, silenzi, sguardi, imprevisti e divertimenti; e quella africana che si instaura con un semplice sorriso e quelle poche e confuse parole di swahili che conosci, con dialoghi brevi sei subito il “friend” di qualcuno!

R come rispetto e riverenza, quelli che appartengono a tutti i Missionari, alle loro scuole, ma anche quelli che incontri per strada, girando nei villaggi o nelle grandi cittadine. Rispetto per il diverso, per il tempo che ti dedicano, per la parola presa e data; riverenza per noi, che sembra sempre che dobbiamo portare chissà cosa per aiutarli e invece troviamo qualcosa per salvare noi.

I come inimmaginabile. Prima di partire sbirci su internet, guardi le guide, ma finché non la vivi, la Tanzania, non puoi capire. I miei occhi han registrato ogni singola sfumatura di quel verde brillante, ogni centimetro di quegli spazi enormi, nei quali ci si può perdere a osservarli per delle ore, sotto un cielo così blu, immenso e vicino che sembra di poter affondare le proprie dita nelle nuvole. Ma a dirlo, non rende l’idea.

B come bambini, quelli che affollano le Assumption schools e gli ostelli, tutti uno più adorabile dellaltro. Loro sono il principale motivo per cui sono partita. Andare a vivere un posto nuovo, vedere come stanno, conoscerli, parlarci e giocarci insieme, regalarmi una boccata di ossigeno e regalare loro quel poco che posso, il mio tempo.

U come unicità. Ci sono situazioni, atteggiamenti, posti che solo l’Africa propone: la lentezza che le appartiene, che a volte sfinisce, a volte invece diventa ammirabile, perché capisci davvero cosa significhi essere paziente; la gentilezza con cui tutti ti aiutano (e se una persona non ti capisce o non sa, va a cercare qualcun altro che possa aiutarti), la squisitezza di alcuni cibi che solo qui puoi gustare, perché se provi a rifarli a casa, ti manca sempre qualcosa; unicità di alcuni odori o alcune puzze; la bellezza delle albe e dei tramonti, che mi ricordo dai viaggi passati, perché questa volta la stagione delle piogge non è stata clemente; la capacità nel rendere tutto riserva naturale, ambiente protetto e poi trovare sempre un rifiuto che stona con la bellezza tanto ambita e tanto pagata; l’unicità di questo popolo, così serio, austero e travagliato, ma che al primo sguardo è pronto a sfoggiarti il suo enorme sorriso; la dolcezza disarmante di queste donne, mamme giovanissime, che si prendono cura dei loro cuccioli teneri, stando in silenzio, osservandoli anche da lontano, lasciandoli fare e sperimentare, affidandoli a chiunque pur di farli viaggiare comodi e tranquilli, usando lo stesso tono di voce sia per sgridarli sia per giocarci insieme, con il loro sguardo fiero e ipnotico allo stesso tempo. Unicità che diventa umanità quando ti ci immergi dentro, ne diventi parte, te la senti addosso, ti entra nel profondo, tanto che poi ne senti la mancanza e tutto quello che puoi fare é portarla con te, farla conoscere a chi ti sta intorno, a chi continua a distinguere tra uomo e uomo e a chi si ostina a rimanere in superficie, senza approfondire.

Tutte queste lettere, messe insieme, formano la parola che più rimarrà impressa di questo viaggio. KARIBU – benvenuto.

Lo dicono ovunque, a chiunque, che si entri in un negozietto, in una casa, in un bus affollato o in un villaggio e ti fanno davvero sentire il ben venuto!

Il mio augurio é che questa parola, così semplice, possa ritornare sulla bocca di tutti noi e non sia solo una parola riservata ai cartelli stradali, ai siti internet o ai turisti ben accetti perché fanno girare l’economia, ma sia una parola “sentita”, una parola che porti poi a dei fatti, che accolga anche chi non è venuto bene, chi forse non voleva neanche venire, ma è stato costretto, chi non è venuto perché vuole rubare qualcosa, ma perché cerca di trovare una sostituzione a quello che gli abbiamo rubato. Kant lo diceva già nel lontano 1795, nel suo progetto Per la pace perpetua: e allora ospitalità significa il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico a causa del suo arrivo sulla terra di un altro (…) un diritto di visita, che spetta a tutti gli uomini, il diritto di entrare a far parte della società in virtù del diritto della proprietà comune della superficie terrestre, sulla quale, in quanto sferica, gli uomini non possono disperdersi allinfinito, ma alla fine devono sopportare di stare luno al fianco dellaltro; originariamente però nessuno ha più diritto di un altro ad abitare una località della Terra.

Restiamo umani, per favore.

Karibu nel mio cuore Msolwa Ujamaa,

Kwaheri – a presto.

 

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