L’ABOUT di Alessia – Mission Tanzania 15

C’è un tempo per partire così come c’è un tempo per tornare.

Si parte dall’Italia, si parte da casa, si parte per un paese straniero. E poi si torna, si torna in Tanzania, si torna a Msolwa Ujamaa, una seconda casa dove ho lasciato un pezzetto nemmeno troppo piccolo del mio cuore.

Questa per me è la seconda missione FTC, la prima da medico, e trascorro un mese intero nella verde Msolwa Ujamaa. Un mese per lavorare al Good Samaritan Health Centre, un mese per innamorarmi, se già non lo ero, di questo continente chiamato Africa, un mese da trascorrere con i Missionari che non mi fanno mai mancare nulla, un mese per passeggiare nel villaggio, farmi chiamare la “Muzungu” e salutare tutti felici, un mese da trascorrere con i ragazzi dell’ostello, un mese per rivedere le bimbe che hanno imparato a darci i bacini sulle guance come segno di affetto.

Sapevo a cosa andavo incontro quando sono partita questa volta, e sono rimasta felicemente stupita dei miglioramenti avvenuti al Good Samaritan Health Centre. Ospedale che non ha nemmeno ancora compiuto il secondo anno di vita, ma che ci sta mettendo anima e corpo per servire la gente di Msolwa e dei villaggi limitrofi. Personale amministrativo dedito al lavoro e infermieri e medici che mi hanno accolta a braccia aperte, sia chi già mi conosceva, sia chi era la prima volta che mi incontrava.

La maggior parte del mio tempo l’ho trascorsa lavorando tra OPD e reparti, tra diagnosi di malaria, febbre tifoide, ipertensione e diabete, tra donne in travaglio e neonatini. Le mie giornate erano riempite da suoni come “thumbo”, “kichua kinauma”, “mgongo”, “mgo”, “naharisha”, “hofa” e “natapika”, che sono stata costretta a imparare e renderle mie per poter interagire e visitare i pazienti. La pediatria era il mio reparto preferito, li cercavo di soffermarmi più tempo del dovuto, anche oltre il giro visite, per parlare o semplicemente tenere compagnia ai piccoli pazienti.

Il pomeriggio, quando l’attività clinica era minore e c’era poco da fare, tornavo nel Paediatric Ward.

“Njoo” era il richiamo della mascotte della pediatria, una bimba di tre anni con frattura diafisaria di femore. Lei era sempre brillante e sorridente e ci chiamava, ci diceva “Njoo, njoo”. “Vieni qui”, tu dottoressa bianca che io voglio giocare con te perché mi sto annoiando.

Tu, cuoricino, arrivi un martedì pomeriggio con le lacrime agli occhi e tanto mal di testa, ti prendo in braccio e sei bollente, scotti. La diagnosi non è tanto difficile, la diagnosi è malaria. Il trattamento è immediato e nel giro di sei ore, scompare la febbre, si attenua il tuo “kichua kinauma” e scompaiono anche le lacrimucce che ti rigavano il volto. Tu che mi cerchi con lo sguardo, timida, sai parlare inglese perché lo stai studiando, ma sei timida. Tu che già ti avevo conosciuta un anno e mezzo fa e ora sei davanti a me e continui a darmi quell’affetto incondizionato come una sorellina minore, tu che mi hai rubato il cuore.

L’Africa è un continente che ti colpisce come un pugno allo stomaco, che ti rimane nel cuore e nell’anima per sempre, che ti manca quando non sei li.

 

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