Day 16-17-18-19

25 ago
2010

Giorno sedici da Esther

Non ci sono negozi di giocattoli. Non ci sono giocattoli, a parte qualche pallone nei negozi di roba varia. Non ci sono negozi per bambini, non ci sono passeggini, carrozzine, bambole, macchinine. E secondo i nostri canoni, in un paese dove credo che almeno il 30% della popolazione (se non di più) è costituita da bambini, appare strano. Sono tantissimi. E molti muoiono di AIDS o di altre malattie entro i cinque anni. Ora, tra questo e il delirio bimbocentrico della nostra società con gravidanze in estinzione ci sarà una misura?

Domanda del giorno.

Una giornata strana, un po’ come le magliette che metti a tingere nel tè o in qualche altra diavoleria e non sai bene come verranno fuori.  Programma.

ore 8.30 corsa a Ruaha per cercare di spedire per l’ennesima volta i post

ore 11.00 appuntamento con il teacher Issak per andare a scoprire qualche gruppo di performing arts locale (Find the Art in avanscoperta!)

ore 16.00 appuntamento con il coro per registrare – finalmente – un loro pezzo.

Niente di tutto ciò.

Quando alle sette e mezza usciamo dalla stanza e chiediamo se serve qualcosa a Ruaha, brother Leonard ci annuncia che verrà con noi per far la spesa. Fin qui ancora tutto sotto controllo. Certo, probabilmente ci metteremo un po’ di più del previsto, ma ce lo aspettavamo.  Allora, andiamo?  Wait, wait, wait! Hanno chiamato le sisters di Sole che devono andare in banca, bisogna recuperarne una e darle un passaggio a Ruaha.  Nota topografica: Sole è dalla parte opposta rispetto a Ruaha, tipo: siamo ad Asti, andiamo ad Alessandria, passiamo un attimo da Torino per raccattare qualcuno. Le distanze non sono le stesse, ma i tempi di percorrenza quasi e le strade molto, molto, molto peggio. Okay, ci stiamo comunque, partiamo?  Ma siete matti? Andare in giro con la macchina così sporca? Lavare subito!  Non importa, tanto tra dieci minuti è esattamente come prima, basta un po’ di acqua sui vetri… Tempo di pensarlo è dieci ragazzini sono già all’opera.  A questo punto il tempo assume la tipica forma elastica locale e tra una roba e l’altra fra le nove e mezza e le dieci si riesce a partire.  Teacher Issak viene con noi credo per essere sicuro che non ci perdiamo nella polvere.  Msolwa, Sole. Sole, Ruaha facendo una strada nuova, meravigliosa, in mezzo a sterminati campi di canne da zucchero. Arrivati in città, tutti a fare le cose che devono fare.  Ci ritroviamo qui? Okay, a che ora? Tra un po’… E di lì comincia un aspettarsi, cercarsi, rincorrersi, telefonarsi… Il cellulare di Issak è bollente, continua ad annunciare ritardi su ritardi.  Sì, arriviamo. Eh, c’è stato qualche imprevisto, ma arriviamo… Nel suo baritonale swahili si colgono “sister”, “Sole”, “Ruaha”, “Msolwa”. Noi ci sentiamo a disagerrimo, ma ormai è andata così. All’una riusciamo a trascinare fuori dal mercato Leonard, affannatissimo nella sua spasmodica ricerca di coloranti alimentari, zucchero a velo e liquore per preparare un dolce per la festa di domani.  Wait, wait, wait! I polli! Devo comprare i polli!  Okay, giro dal venditore di polli, benzina e si torna a Msolwa.  E intanto brother Leonard fa il conto di cos’ha dimenticato: praticamente tutto. Gli abbiamo messo troppa fretta. Quindi nel pomeriggio dobbiamo comprare ancora pesce fresco, watermelon, ribes (RIBES????????), banane piccole, banane da cuocere. Per la cronaca troveremo solo mini-angurie e pesce secco.  Ma non affrettiamo i passi. Si scarica la spesa e si riparte alla volta di Sole e poi finalmente verso i poveri gruppi di teatranti che ci stanno aspettando ormai da un’eternità. Per fortuna la direzione è quella giusta, dobbiamo raggiungere Man’gula.  E invece non avevamo capito, il primo gruppo è sulla strada PER Sole e quindi la sister si becca – un po’ stranita – una piece sulla magia versus medicina. Esatto: funzione educativa del teatro.

E qui a me arriva una botta emozionale non da poco.

In mezzo ad un coagulo di casette, in un edificio giallo e verde hanno creato un teatrino! Fondo sala leggermente rialzato, entrata sul palco da sinistra, platea con quattro sedie. Per noi.  Finestre grondanti grappoli di bimbi incuriositi. Il pubblico ride. Due ragazzini sono straordinari.  Non ci posso credere, credo che me lo porterò nel cuore per molto tempo.  Grazie, grazie a voi, guarda i miei disegni (Michael disegna davvero bene), qualcuno di noi canta anche, eh… prometto che la prossima volta saprò lo swahili…  E via.  Sole. See you soon, sister.  Man’gula.  È grande, Man’gula. Tante case in mezzo alla foresta, un mercato spettacolare, la stazione ferroviaria e il Man’gula Group of Art.  Ci aspettano da ore, hanno preparato una performance lunghissima, sono il gruppo vincitore di una competition regionale. L’atmosfera cambia, capiamo (solo ora, ebbene sì) che in realtà Issak non li conosce personalmente e ci sentiamo un po’ gli stranieri portati in visita, il miraggio del successo.  Non è un ruolo che ci si addice, non è quello per cui siamo qui, ma facciamo buon viso a cattivo gioco. L’emozione qui non è la stessa, cominciano a entrare meccanismi diversi, la magia è un po’ svanita.  E ora, che facciamo?  Purtroppo l’altro gruppo che dovevamo andare a vedere non è riuscito a riunirsi, ma già che siamo qui andiamo a pranzare a casa del mio step father, dice Issak.  Pranzare? Ma sono le quattro…  Merda, le quattro! Il coro! L’ulcera di Vince ricompare istantaneamente.  Siamo a venti chilometri. Mission impossibile. Appuntamento bucato. La vergogna cola come malta sulla nostra coscienza. Non ci resta che seguire il programma che Issak tesse e disfa come una improbabile Penelope comandata dallo squillo del telefonino. Siamo un po’ provati, l’ultimo gruppo, alla fine, non si presenta. Giusta nemesi.  Alle sei e mezza rientriamo alla missione. Non abbiamo trovato tutto quello che dovevamo comprare, ma in realtà nessuno ci chiede niente, forse erano fantasie di Leonard, chi lo sa.  Sono tutti riuniti intorno alla cisterna, si è rotto un tubo.  Pronto intervento McGiver si mette all’opera, sospiro di sollievo di Sibi che può abbandonare la scena del crimine e andare a prepararsi per la preghiera serale.  Sta calando la sera, aggiustare i tubi al buio è difficilissimo. La terra intorno alla cisterna è ridotta un acquitrino, piena di buche. I ragazzi rientrano alla spicciolata, il ritmo della missione è più forte di qualunque imprevisto. Solo Sabbri e Frederick non ci abbandonano e si accaniscono con noi a fronteggiare l’emergenza idrica.  È buio, la coltre di stelle è fitta e meravigliosa, ma non basta. La lotta con il tubo è strenua, forse abbiamo bisogno di sentirci un po’ utili, oggi… Devo farcela, sono sicura che Vince sta pensando questo, non posso mollare.  Salta la corrente. Le voci in preghiera che arrivano dall’ostello non subiscono nemmeno un fremito, continuano senza soluzione di continuità nel buio più assoluto.

Il tubo, quasi sistemato, si rompe in un altro punto.

Troppo.

Basta. Ci pensiamo domani.

Giorno diciotto da Esther

Sono giorni difficili… la missione scricchiola, ma qui nessuno perde il sorriso, evidentemente è assodato che i problemi sono altri.  Il tubo della cisterna ieri ha continuato a rompersi, ma alla fine Vince l’ha domato, con tanto di arrampicata libera su una scala che sfida qualunque legge della fisica.  Ma, tubo a parte, ieri era festa. Patronimo della scuola e della chiesa, Festa dell’Assunzione.  Leonard si è svegliato alle quattro del mattino per preparare il famoso dolce che supponiamo abbia messo insieme con la cementite. Ovviamente Nonna Papera Esther non ha resistito al richiamo della torteria e ha azzardato delle meringhe (con sbattitore a frusta montato sull’avvitatore da Orazio Vince, geniale!), meringhe che Pippo Leonard ha prontamente distrutto buttandoci dentro dell’acqua: così montano meglio. Come no. E quelle che dovevano diventare le decorazioni della sua torta si sono trasformate in una specie di crema pasticcera. Non un granché, ma almeno non abbiamo sprecato le uova.  Nel pomeriggio quel che è rimasto della torta di terracotta (praticamente l’intero capolavoro) è stato diviso tra i ragazzini dell’ostello, risultato: stamattina hanno tutti la sghiarola, come si direbbe dalle nostre parti, stomach pain, come si dice qui…  E nel frattempo sono sparite le cuoche (ieri sera cena improvvisata e autoprodotta), non si capisce perché. Leonard sostiene che sono incapaci e che per di più mal sopportano i suoi saggi insegnamenti…  Sempre a patto che non siano “per montare gli albumi a neve ben ferma, aggiungere acqua”…

Giorno 19  Da Vin

Sono le 19:00. Torno solo ora da Sole. Secondo e ultimo giorno. Ho promesso loro che avrei messo i vetri alle finestre e almeno in piccola parte ho mantenuto la promessa. Le finestre sono circa sessanta e io ne ho finite una decina. Non avevo gli attrezzi giusti, i telai sono pura arte moderna e come se non bastasse, io resto il solito pignolo. A darmi una mano c’era Akasi, un falegname del posto. Lavora bene, ma dopo un po’ mi fa capire che per fare il lavoro come pretendo io, vuole più soldi. Quando gli spiego che quel lavoro io lo sto facendo gratis, lui mi risponde che si è fatto tardi e deve andare a casa. Finestra batte Vincenzo 6-1.  Così torno a Msolwa e mi sembra un po’ di tornare a casa. E’ buio pesto (qui il sole tramonta presto e velocemente), non c’è il traffico a cui sono abituato nella mia città. Anzi, a dire il vero ci siamo solo io e qualche ragazzino sul ciglio della strada che mi saluta sbracciandosi e da lì capisco che un bianco si riconosce anche di notte. Guido un Vitara malandato e ad ogni chilometro mi aspetto che il motore cada a terra stremato. La polvere mi riempie la bocca ed io ormai la mastico come se fosse un chewingum. Decido che ogni granello che schiaccio sotto i denti corrisponde a qualcosa che mi manca della mia vita normale e così facendo viene fuori una lista, abbastanza lunga, che riporto di seguito in ordine casuale:  L’asfalto, un bagno caldo, poter mettere almeno la terza in macchina, la panna cotta, l’intraprendenza, un bel film, i miei gatti (Dante e Beatrice), l’italiano, il tempo libero, l’intimità, una camera spaziosa e ordinata, i miei soci, il mio letto, i miei capelli (ma questi mi mancano anche in Italia), dei vestiti che restino puliti per almeno un’ora. Quasi tutte cose futili, una di quelle che non lo sono è l’intraprendenza. Qui ne ho trovata pochissima e se ne sente la mancanza, così come giustamente sostiene Simone, manca la fantasia. Purtroppo non sono cose che stanno nella valigia. Ma in tutto questo pensare e con questo buio, ho perso un’altra volta la svolta a destra: non ho visto l’albero secco dopo la palma. Mi toccherà tornare indietro e masticare ancora un po’ di polvere.

1 Commento a Day 16-17-18-19

Rita P. Identicon Icon Rita P.

agosto 26th, 2010 at 08:23

CORAGGIO!!!! …… E GRAZIE PER QUELLO CHE FATE!!

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