About Simone…

14 ago
2010

CERCASI PIETRE PER MORDIROCCIA

Sono passati più di 10 giorni dal nostro arrivo a Msowa, ad oggi la missione sembra occupata: Siby è out causa postumi malaria, dopo aver rinforzato le difese contro intrusi (la notte scorsa qualcuno è entrato per rubare una bici e poco altro) stasera Esther e Vince hanno cucinato all’italiana e ci siamo ritrovati noi 4 a consumare a tavola. Colpo di stato silenzioso, un’altra stranezza.  Hanno colpito, facile e immediato, nell’ordine: il luogo (con il rosso, il verde ed il nero a gridarti nelle pupille la loro satura presenza), le stelle (non l’avrei mai detto, ma l’altra chiappa del planetario è così ricca di luci che può causare vertigini sei stai troppo col naso all’insù), la risata di Manoj (riesce davvero a sdrammatizzare ogni cosa, come se Omar Simpson ti leggesse la tua cartella clinica) che credo sia il motivo per cui oggi qui certe cose funzionino, in questi giorni ci manca molto, e l’energia dei bambini: è incredibile, nonostante si nutrano di riso, patate e mais, sembrano in ottima forma, corrono scalzi ovunque come se avessero pneumatici ai piedi, ballano senza musica come se non potessero farne a meno. Somiglierebbero a quelli occidentali solo quando hanno la malaria.

Peccato che succeda, spesso.

C’è dell’altro. Soprattutto domande, che arrivano di continuo, le accumuliamo silenti durante la giornata per mischiarle in una seduta di analisi collettiva, la sera.  Le news di radio Mutsowa occupata: Vince ha trovato la sua criptonite, gli ci sono voluti 2 giorni per fare 8 buchi (non riesce a perdonarselo) e come in un videogioco infinito per ogni tubo del lavandino che ripara (se ne è rotto un altro) vince 3 sister che in un agguerritissimo indy-english lo stordiscono con nuovi urgenti lavori di bricolage. Eredita le lezioni di disegno da Andrea. Si trasforma da Super Mario a teacher.INFATICABILE ma a rischio crampi.

Esther trasuda tenacia, non si arrende neanche di fronte alla carta swaili, da lezioni di teatro, inglese e italiano; ma soprattutto cerca di capire: è lei che chiama i ragazzi per nome, che scopre le dinamiche tra le classi, le diversità tra i sessi. Da “antropologa teatrale” è la testa di ponte in una società tutta da decifrare.  Babu Alfred, come viene qui chiamato, ha dell’indispensabile. La sua pazienza e la sua umiltà riportano tutto ad una dimensione reale, familiare, gestibile, qui dove i punti di riferimento sono veramente pochi. Indulgente con orde di bambini, insieme ad Esther si porta sulle spalle la prematura defezione di Chiara, li cattura declinando un semplice foglio di carta in dieci giochi diversi. Fatica teatrando, si taglia anche lui nell’impresa (qui sì titanica) di mettere le zanzariere. LIBERO.

Dal canto mio subisco il senso di inutilità del far di tutto un po (un altalena, una zanzariera, un intervista, a ciclo continuo e casuale) e gli effetti collaterali del Lariam.  Ci chiediamo quali possono essere i bisogni prioritari e perseguibili (sanitari a parte) qui, dove manca tutto. Non è facile dare una risposta. Perché a questo deserto di cose e possibilità si aggiunge la difficoltà di interpretare gli sguardi, i confini del consentito.

Poi mi accorgo che i bambini spesso imitano più che inventare: quando ci rubano l’avvitatore questo non diventa ne scettro, ne pistola, ne altro. Rimane avvitatore, fedele alla Black & Decker. Ce lo prendono dalle mani per bucare una tavoletta. Dalle lezioni di teatro viene fuori che c’è timore nell’ immaginare.  Conosciamo un ragazzo piuttosto sveglio del villaggio (il suo inglese è ottimo e ci fa da interprete in altre interviste). Ci svela certe abitudini tribali, ci dice molto sulla solitudine dei bambini. E’ acritico nei confronti delle importazioni occidentali, delle multinazionali (che qui si sono già prese molto). Ripone tutta la sua speranza nei libri di scienze (pochi) e della bibbia (una). Ci chiede poi un’opinione sui motivi della situazione Tanzana.

Viene ora in mente che, forse, ciò che non è mai incoraggiata ne dalla famiglia, ne dalle scuole (che dettate dall’urgenza Istruzione puntano su dottrine certe) è l’immaginazione. Qui tutto sembra collegato alla realtà o al futuro in perfetto stile capitalistico. Ma quante storie, fantastiche, vengono raccontate ai più piccoli? Quante scuole comprendono le fiabe, la letteratura del grottesco, dell’assurdo, dell’avventura? Ovviamente non lo so. Ma ho visto pochi bambini giocare con un tappo di sughero come se fosse un omino molto piccolo e se potessi azzardare un bisogno sarebbe il diritto alla Fantasia oltre che all’Istruzione. Perché credo è la Curiosità a muovere il mondo, a diventare iniziativa: per realizzare qualcosa che non c’è devo prima poterlo immaginare. E credo che la curiosità si allena con la fantasia, con il diritto a pensare e a credere nei bianconigli, oltre che con l’Inglese e la Biologia. Per questo credo che ci sia estremo bisogno di vecchi e nuovi Mordiroccia, Atreiu, lillipuziani e cappellai matti, Signori degli anelli, Baroni di Munchausen e Giochi di ruolo, di Arsenali delle Apparizioni, ombre cinesi, fumetti e di Isole che non ci sono.

2 Commenti a About Simone…

Barbara Identicon Icon Barbara

agosto 16th, 2010 at 23:38

Ho scoperto che “Babbo Natale” non esiste cogliendo i miei genitori sul fatto, mentre riponevano i regali sotto l’albero. Non so per quanto tempo ho retto loro il gioco con mia sorella, ma so che sono stata io a dirle: “guarda che non c’è nulla di vero, sono mamma e papà che ci comprano i doni!”. Credo d’aver pronunciato quelle parole con sadismo, desiderio di vendetta riversato su un innocente (spero mi abbia perdonata) ed originato dal lutto che portavo: avevo smesso di credere nei mondi magici e fatati. La lettera a “Babbo” la scrivevo ancora , per aggiornare i miei sui gusti del momento. Una specie di “lista nozze” moderna, in cui gli invitati scelgono tra quanto selezionato dai futuri sposi.
Ho impiegato più di vent’anni per recuperare dentro di me quella fede cieca, irrazionale ed inspiegabile nel mondo che non si vede. Quella stessa fede che mi fa credere nell’impossibile. Compreso il sogno di un ‘umanità in cammino, verso l’unità, l’integrazione delle differenze, il rispetto della vita in ogni sua forma e la condivisione equa delle risorse che le terra ci dona.
Le parole di Simone mi hanno fatto riflettere sulla responsabilità che abbiamo verso i miliardi di cuccioli d’uomo che vengono alla luce ogni giorno.
Il diritto all’immaginazione. Un diritto che viene violentato quotidianamente. In una parte del mondo per la povertà economica. Nell’altra parte per la povertà relazionale.
Un tempo era la vita a far crescere prematuramente un bambino. Per avvenimenti tragici o per il contesto deprivante in cui nasceva.
L’immaginazione, la capacità di meraviglia, l’ingenuità erano lussi destinati solo ad alcuni.
Oggi credo che siano diventati utopia per la maggior parte.
Incontrare un bambino che non abbia perso il candore, l’incanto, diventa sempre più raro. Qui, nel mondo occidentale, i bambini vengono cresciuti come piccoli adulti. Bambini cui facciamo presto passare la voglia di parlare con l’”amico immaginario”, perché chi ce l’ha viene guardato con apprensione fintanto che l’amico non scompare.
I nonni, quelli che un tempo raccontavano le leggende del paese, popolate da fantasmi e strane creature del bosco, sembrano una specie in via d’estinzione. E i genitori, fagocitati dai ritmi innaturali imposti dalla società del “benessere”, e spesso impegnati ad uscire dalla fase dell’adolescenza che si protrae ormai fino ai quarantanni, compensano l’assenza e l’incapacità emotiva con l’acquisto dell’ultima novità reclamizzata in tv, quella che ovviamente “tutti gli altri bambini hanno tranne me!”. Telefonino, play station…
Nella scuola, il tempo per la “fantasia” viene relegata alle poche ore di “educazione all’immagine” (ma anche lì viene insegnato che è il maiale ad essere rosa, non la mucca), o alla preparazione della recita di fine anno (dove l’improvvisazione teatrale viene castrata in nome della regia del perfezionismo, in cui la battuta giusta deve essere detta nel modo giusto e nel momento giusto).
Le ore passate a passeggiare nei campi (dove ancora esistono) e a trasformare papaveri in ballerine, o ad osservare le formiche che si muovono sulla terra, sono state sostituite da un concentrato di impegni incastrati nell’arco della giornata, che scorre tra scuola, compiti, sport, lezioni di musica e “ricamo” (non si sa mai, che può sempre servire).
Per insegnare ai bambini a credere nelle favole, occore recuperare dentro di sé quella dimensione di magia e capacità di stupore che abbiamo messo a tacere o ci hanno mutilato. Non semplice. E richiede tempo. Il tempo “libero”, quello in cui nasce l’intuizione che dà poi origine alla creazione, non esiste più. Nemmeno per i bambini. Viene riempito. Perché fa paura. Agli adulti.
I bambini di Masolwa riproducono il sistema di azioni e relazioni che respirano intorno a loro. Come fanno i bambini di ogni altra parte del mondo.
In questi giorni hanno potuto sperimentare codici comunicativi differenti, canali preferenziali della parte emotiva e profonda. E questo lascerà un segno. Un piccolo seme, che troverà terra feconda in chi porta dentro di sé le capacità perché diventi vita.
Il trapano non diventa spada.
Un tappo di sughero non diventa omino .
Ma danzano anche senza la musica. Segno che sono capaci di andare al di là del reale.
C’è una parte, dentro ciascuno di noi, che crede nell’infinito. Anche quando viene violata, o violentata, o soffocata, resiste. Perde la forza per diventare grido, ma il suo sussurro ci accompagna fino alla fine. Nella speranza di venire udita.
A volte,basta alzare il naso all’insù. E troviamo le stelle, a ricordarcene l’esistenza e il desiderio.

Namastè ai finders di Mission A5.

Grazie, perché i bambini hanno bisogno di adulti come voi, ad accompagnarli nel cammino. Signori degli anelli e cappellai matti, che svelano loro il valore delle “visioni”, dei sogni e della fantasia.
E che rendono loro testimonianza di come si possa crescere senza vergognarsi di mostrare quella parte incantata e delicata che più si avvicina al Centro.

Dalla pianura ai piedi del monte.

Barbara

P.S: le mie parole non sono critca sterile. So che essere educatori, comprendendo con questo termine tutti coloro che si prendono cura dei bambini e della loro crescita, è un compito arduo. Lo so perché ne ho esperienza diretta. E so anche che ciascuno di noi opera a partire da ciò che ritiene bene per loro. E che si impegna al meglio che può nel farlo.
Ma faccio il tifo per l’inedito. Perchè la condivisione delle mie riflessioni diventi spunto per altri. Diventi “visione” che crea.
E spero che stanotte siano tanti i bambini che si addormentano al suono flautato di quel “c’era una volta…” che apre le porte ai sogni.

andrea Identicon Icon andrea

agosto 18th, 2010 at 09:52

non leggo da alcune settimane per motivi personali o meglio per mancanza di tempo, mi ero riproposto di leggere questo about non appena il mio cervello avesse occhi abbastanza grandi per poter immaginare su 3d quello che simone aveva visto pensato e poi riportato su carta. non mi ero sbagliato allora nell’umido di eluru non avete sbagliato voi lettori di commenti. per ogni bambino con pochi progetti ma tanti sogni non esiste un pensiero vero di adulto pronto a realizzarlo, per ogni bambino con tanti progetti ma pochi sogni non bastano purtroppo i pensieri di questo uomo grande caduto su quella terra piena di luci con tanti altri buoni propositi per farlo diventare il suo castello delle meravigle. buon lavoro. anche no.

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