cari amici, per fortuna i 100 posti sono già tutti presi, grazie della risposta massiva. Per chi ha piacere di venire a salutare e a sentire Zibba dalle 23.00 è il benvenuto.

GRAZIE

 

Mission VII: day 14

10 mar
2010


Il viaggio di ritorno

Prendiamo treno, macchina, bus e aereo: 36 ore in tutto, che passiamo a chiacchierare, a sonnecchiare, ma soprattutto a pensare guardando fuori dal finestrino. Vediamo scorrere velocemente l’India da spettatori quali siamo, ma con la presunzione di esserne stati i protagonisti, anche se per poco, abbastanza però per guardare tutto con gli occhi a volte un po’ umidi, a volte sorridenti.

E’ stato faticoso. Non fisicamente in quanto siamo stati sempre coccolati dai nostri amici missionari, abbiamo sempre dormito nei loro letti migiori e mangiato il loro miglior cibo con sazietà.
E’ stato faticoso vedere ancora una volta la loro povertà e dovere decidere di aiutare solo qualcuno e non tutti come avremmo voluto.

Mi sono chiesta mille volte perchè Joiti? Per quale segno del destino due anni fa a Machillipatnam abbiamo visitato proprio lei, l’ abbiamo fatta operare e ancora oggi la seguiamo con “adotta un malato” e facciamo di tutto affinchè possa guarire! Le abbiamo comprato vestiti ed una mela,ci ha chiesto una mela… perchè non l’aveva mai mangiata…

E perchè con ” adotta un bambino” sosteniamo gli orfanotrofi di Ponugodu e O.D.C.?

Non sono riuscita a trovarne risposta…

Voglio ringraziare Carlo e Desirè, miei insostituibili compagni di missione, senza i quali Joiti non avrebbe assaggiato quella mela!

Il nostro resoconto è sempre stato scritto a sei mani, ma sono sicura che anche oggi condividano i miei pensieri!

A loro va il mio Namastè.

 

Siamo rientrati. A questo giro è parecchio difficile scrivere qualcosa. Qualcosa che abbia senso, che abbia una testa e una coda, un inizio e una fine, o almeno un verso. E’ faticoso, eppure non lo è mai stato faticoso scrivere. Ma forse è solo la stanchezza, che dopo due giorni è ancora nelle gambe e nella testa. Scriverò poco per adesso, vi lascio le immagini, perché so, che chi ci segue ha occhi che sanno guardare.

Da quando abbiamo messo piede a Santo Domingo, la parola Haiti negli occhi di chi ascoltava si trasformava in dollari. La corriera grossa, quella che trasporta i turisti, non l’abbiamo potuta prendere. Sanno che i bianchi prendono quella corriera, e alla dogana bloccano tutti e tutti i bagagli e chiedono tasse. Si, chiedono tasse sugli aiuti umanitari. La comunità internazionale ha deciso che il governo di Haiti non è in grado di gestire tutta l’enormità di fondi che sono arrivati. Quindi la gestiscono loro e le grandi ONG. “ A si”, dice il governo Haitiano, “voi ci tagliate fuori, e allora noi tassiamo le entrate così qualcosa prendiamo”. Via, iniziano il braccio di ferro. Chiuse tutte le dogane, controlli su tutto e tasse su tutto. Container che si accumulano, file interminabili, aiuti sempre più lenti e bloccati. 15.000 dollari per ognuno dei nostri borsoni con i farmaci, volevano. Piano B allora. Preso pulmino scassato, tipicamente haitiano, con soli haitiani e Masengo che passa inosservato ed io, un po’ molto meno. Strappate tutti le belle etichette Find The Cure Medical Aid dai borsoni e messi in sacchi neri con tanto di nastro vecchio. 11 ore di pulmino. Urla, grida e confusione alla dogana, un diversivo, ma alla fine i borsoni passano. Si sfiora la lite, spintoni, urla, per 5 pulciosissimi dollari. Port au Prince, è quello che è, lo sapete, fior di giornalisti e fotografi sono venuti qui a tentare il loro posto nella fama. E’ rotta, ammaccata, in maniera irregolare, case distrutte a fianco di case integre, sembra più l’esito di un bombardamento che un terremoto. In ogni area verde o piazzale ci sono tendopoli, ma non quelle montate in abruzzo, sono un ammasso di teli di plastica tirati uno sull’altro, una babele di colori e povertà estrema. Non puoi sbagliarti dove sono i campi dei senza casa, l’odore di urina lo senti a distanza di due isolati, poi compare il campo. Qualche doccia e lattrina chimica comune è posta fuori ai bordi. Vivono li, panni stesi, fornelli e dignità, anche se è una condizione alla quale nessun essere umano dovrebbe essere costretto a vivere. E chissà per quanto tempo. Ma la città brulica di vita, tutto scorre nel caos insieme alle macerie come se nulla fosse.

Montagne Noire, dove siamo noi, è alla periferia della città, subito sopra Petionville. Stiamo con Elien, Haitiano, maestro di vodoo da tre generazione. La sua è una casa popolare, arroccata ad alveare in mezzo a case popolari, costruita con quel finto cemento che il terremoto ha tirato giù con facilità. La sua no però, è rimasta su. Non ci sono rubinetti, l’acqua arriva nei bidoni e ci si lava nel cortiletto insieme a tutti. La lattrina è fuori, con vista sui tetti di lamiera delle baracche sottostanti. Ci lascia la sua stanza e lui dorme in una stanza del suo piccolo tempio vodoo. Ci sono altre tre famiglie che hanno perso la casa che adesso sono ospiti li. Dormono sotto una tettoia, anche i più piccolini. E’ duro, scomodo, ma si vive con loro, si mangia con loro, ci si lava con loro, si fa cacca alla latrina con loro, si diventa amici con loro ogni giorno. Il riso da comprare e distribuire non riusciamo a trovarlo, è tutto nei magazzini delle ONG, c’è una gara a chi è più potente, chi fa più cose, chi ha più materiale, ma alla gente haitiana sembra che non arrivi niente. Ci rivolgiamo a una grossa associazione, sappiamo che ne hanno tanto, chiediamo di poterne comprare un po’ perché dobbiamo portarlo nell’entroterra dove nessuno va. Ci fanno perdere tre ore, tante parole, tanti passaggi da un responsabile all’altro, vogliamo riso, ci dicono che ci possono dare caramelle per i bambini. Caramelle? Ma siamo venuti qui per dare da mangiare, la gente ha fame. Lasciamo stare, niente nomi comunque, meglio così, c’è di mezzo anche l’Italia.

Una soffiata ci fa trovare il riso in un negozio di periferia. Affittiamo camion, compriamo 60 sacchi da 25 kg, (1250 goods, 33 dollari, a sacco) 5 sacchi di zucchero, e 10 scatole di olio. Copriamo tutto con dei teli, ci sono predoni per le strade, che attaccano i camion con il mangiare. Poi via verso l’entroterra. Haiti significa “Terre alte”, e comincio a capirlo. La strada sale ripida, abbandona la vista della città per aprire un paesaggio di montagna fatto di pietra. La strada è sconnessa, e intendo tanto sconnessa, corre lungo un crinale. Dopo tre ore il camion si ferma, un guado troppo profondo. Dalla montagna, come per un richiamo cominciano a scendere, uomini donne e bambini, ci sono tutti intorno, prendono un sacco a testa, alcuni due, e i borsoni dei medicinali e ci incamminiamo su per il fiume. Tre ore di cammino nel fiume, poi tre ore di cammino in salita. Noi siamo sfiniti, è notte fonda, per fortuna una bella luna illumina il sentiero. Loro con i sacchi da 25 kg sulla testa rallentano per aspettarci. All’una di notte arriviamo alla meta: il villaggio di Belfontain. Sono tutti li ad aspettare nel buio. Sembrano tanti, mi stringono la mano, quasi increduli che siamo arrivati fino lassù. Un pentolone di acqua bolle già su un fuoco fatto di legna, subito cucinano il riso. Tutti insieme. Lo mangiano come se fosse il piatto più buono del mondo. Raschiano il fondo fino all’ultimo chicco. Se potessi farvi un regalo di ringraziamento, vorrei regalarvi per un attimo la vista di questa cena, varrebbe più di tutte le mie parole. Cari amici, che ci avete dato le donazioni da portare ad Haiti, quando vi chiederanno “cose avete fatto per Haiti” potete rispondere con orgoglio “abbiamo portato cibo e farmaci alla popolazione di Belfontain” credetemi, ditelo pure senza timore, e soprattutto chi conosce Haiti vi farà occhi stupiti e meravigliati. Sono il primo medico che mette piede da sempre a Belfontain. Non pensavo neanche io, ho solo seguito Elien, è lui che ha chiesto aiuti per questa gente, e qui che lui è nato, non lo ha dimenticato e continua ad aiutarli il più che può. Il giorno dopo visite tutto il giorno, fino al buio, e distribuzione del riso, per famiglie per numero di persone. Poi il giorno dopo di nuovo, in un altro villaggio. “Grazie” mi dice l’anziana del villaggio stringendomi una mia mano con due delle sue, “arrivederci, ma non su questa terra”. Sono il primo medico che vede in 70 anni, difficilmente pensa di vedermi ancora. A volte è difficile, la gente davanti al cibo diventa aggressiva, si litiga, si picchia. Ma il contatto che si crea durante le visite mediche fa si che si crei un atmosfera di stima e aiuto reciproco. E tutto va bene. Non c’è traccia di aiuti umanitari in tutto l’entroterra, eppure la terra ha tremato anche qui, eppure le case sono cadute anche qui, eppure qui sono ancora più isolati e sprovvisti di tutto. Sembra un posto non adatto all’uomo, fatto di pietre, impervio. Ma vivono, e sono in tanti, migliaia, famiglie e madri con un sacco di figli. E camminano su e giù per questi sentieri come se fosse pianura, con un sandaletto o magari scalzi. Camminano per andare a prendere l’acqua 40 minuti più in basso, per trovarsi, per raccogliere le patate dolci o le banane. Questo è il popolo Haitiano, e quando dopo quindici giorni lo estraggano da sotto le macerie, in televisione si vede che alza le braccia in segno di vittoria. Perchè è un popolo duro, che sembra ostile, ma è forte, ha ricacciato l’esercito di Napoleone, con papà Salinas ha preso la sua indipendenza, e ha fatto da esempio a molti. Ma questo fa paura. Fa paura all’occidente,e soprattutto all’America. Haiti deve rimanere povera.

Si è sparsa la voce, che una piccola scheggia impazzita della macchina degli aiuti umanitari vive con gli haitiani e con loro sta portando aiuti alle popolazioni dell’entroterra. Così ci chiamano alla radio di Port au Prince, Kreyol 106.5, Un’ora di intervista su come è la situazione dell’entroterra. “Che messaggio volete lanciare al popolo di Haiti?” mi chiede alla fine Samba El, lo speaker “Che Haiti capisca che è un momento importante questo, nonostante la disgrazia, che ha tanti riflettori puntati, che non pensi solo ai dollari, dollari, dollari, perché finiranno presto, ma pensi a costruire il paese per un futuro forte e indipendente. Forza, buon lavoro”. Ma mentre lo dico non ci credo neanche io, non per gli haitiani, ma per tutti questi attorno che gli hanno invaso l’isola sotto il nome di aiuti umanitari. Abbiamo girato tutti i giorni, a piedi, in motorino, in pulman, con camionette, nei mercati e per le strade centrali, ma non abbiamo mai incrociato un bianco. Ma dove sono tutti i bianchi? Dentro i fuoristrada, centinaia di centinaia di fuoristrada nuovi di pacca fiammeggianti intasano le strade di Port au Prince. Nei supermercati a fare la spesa, quando fuori il mercato delle donne pullula di materiale e i soldi andrebbero direttamente alla famiglia, nei locali notturni dove la birra locale Prestige costa 1500 goods, 6 dollari, nelle comode roccaforti dove si gioca a salviamo il mondo. Ma lasciamo stare, non è questo il momento di parlarne.

Comunque, affitto di camion, acquisto, carico e distribuzione di riso, altri 60 sacchi, e visite mediche, così tutti i giorni. Fino a tardi, fino alla fine dei giorni, fino alla fine dell’ultimo dollaro che ci è stato donato in Italia con il preciso incarico di spenderlo per la gente terremotata. Lo abbiamo fatto, contro ogni mia aspettativa personale, ed è stato faticoso, ma è stato forte. E l’ultima notte, finite le visite alle due del mattino il popolo haitiano si scioglie, e ci consegna un certificato di onore e merito per l’aiuto alla popolazione haitiana. Ma abbiamo fatto poco. Forse è il come. Ci circonda e a turno stringono prima la destra e poi la mano sinistra incrociandole. Merci. E i tamburi vodoo vecchi di 300 anni cominciano a suonare, fino all’alba, fino ad accompagnarci alla corriera. Per questa sera e per questi giorni insieme, anche se limitati, per questa gente, anche se poca, per noi ospiti in questa terra anche se solo in due, la fame e il terremoto sono stati lontani.

Grazie a chi ha creduto con noi e forse anche più di noi.

 

Mission VII: day 13

5 mar
2010

Day 13

La prima cosa che facciamo appena alzati e’venire a salutare Joiti in ospedale e vedere come lei e sua madre hanno trascorso la notte: il viaggio di ieri sera le aveva provate un po’ essendo la loro prima volta in macchina.

Passiamo la mattina in ospedale assicurandoci che venga visitata dal chirurgo e che esegua tutti gli esami necessari.
Purtroppo come previsto il medico del Cancer Hospital non puo’ operarla perche’ troppo piccola e ci suggerisce un ospedale non troppo distante da qui. Prendiamo accordi con lo specialista che verra’ a visitarla Martedi’ prossimo.

Grazie a Fr Saverio organizziamo tutto per la loro permanenza: Padre Thomas le inserisce nel suo Food Program e noi ci preoccupiamo di comprare dei vestiti utilizzando ancora una volta i soldi di Enrico.

Ci dispiace non poter seguire in prima persona tutto il decorso ma come sempre lo faremo con la stessa attenzione dall’Italia grazie a Fr Jose e ai Missionari della Compassione.

 

Day 11
Passiamo una notte quasi insonne perche’ ancora turbati dal problema idrico che affligge Antarvedi.
La nostra frustrazione e’ ancora maggiore quando Fr Jinto ci dice che se riuscisse ad ovviare alla mancanza di acqua la sua Missione potrebbe ospitare molti piu’ bambini.
Purtroppo e’ arrivata l’ora di salutare, non prima pero’ di aver lasciato una parte dei soldi dataci da Enrico per comprare giochi e vestiti.
Sfruttiamo il pomeriggio per assolvere alcuni compiti tra i quali andare a trovare Sister Josephine alla quale lasciamo le letterine e i giocattoli per O.D.C. visto che purtroppo non riusciremo a consegnarle personalmente.
Day 12
Arriviamo a Machilipatnam dopo una breve sosta in un nuovo Medical Store: quella da rifornire questa volta e’ la farmacia della casa degli anziani di cui e’ responsabile Fr George.
Durante una breve visita della struttura, arriva Joiti accompagnata dalla madre e dalla sorellina.
Uno dei motivi per cui ci troviamo qui oggi e’ proprio constatare il suo stato di salute, la bambina era stata inserita nel programma “Adotta un malato” due anni fa per essere operata di onfalocele.
Le sue condizioni ci preoccupano: e’ molto magra ed ha una deiescenza della ferita addominale francamente infetta.
Questa scoperta ci mette davanti ad una difficile decisione per la quale consultiamo telefonicamente anche Marco.
La scelta migliore e’ quella di portare subito Joiti al Cancer Hospital dove verra’ visitata da un chirurgo e fara’ tutti gli esami diagnostici possibili: una nuova operazione sara’ inevitabile.
Mentre aspettiamo che Joiti e sua mamma prendano cio’ che e’ loro necessario per venire con noi, ci distriamo giocando con i bambini della scuola.

 

In seguito alla telefonata avuta il primo marzo con il nostro presi Daniele Sciuto e Masengo di Malaki ma Kongo del team di Mission OH, Letizia di Malaki ma Kongo ha pubblicato un report sul blog dell’associazione. Lo trovate in calce a questo post.

Di seguito invece gli SMS ricevuti da Daniele in questi giorni:

Lunedì 1 marzo 2010, ora italiana 5.37 a.m
“Siamo scesi dalla montagna, impossibile descrivere. Villaggi, pietre, spiriti voodo, famiglie tante, bambini tantissimi. Abbiamo distribuito il riso e 200 famiglie e visitato altrettanti. Qualche tensione, ma tutto bene. La gente ha davvero fame. A essere …sincero è stato davvero duro e faticoso fisicamente. L’anziana del villaggio ringraziando ha detto che nessun medico aveva mai messo piede prima in queste alture. Sa bene che sono isolati,”ci rivedremo”, dice, “ma non in questa terra.”

Martedì 2 marzo 2010, ora italiana 22.30
“Ci hanno invitato alla radio di Port au Prince, Kreyols 106.5 per un intervista di un’ora. Alle popolazioni dell’interno non arriva molto, c’è tanta burocrazia. Non pensavo che una piccola cosa come Mission OH avrebbe mosso tanto.”

Mercoledì 3 marzo 2010, ora italiana 10.35 am
“Secondo giro. Preso camion, nuovo carico di riso, olio e zucchero. Altri 60 sacchi. Poi di nuovo su nell’entroterra, villaggio di Dividie’.Distribuzione non facile, qualche tensione.Poi diretti a Montagne Noire per l’ultima tappa.Grande distribuzione, ne abbiamo cucinato una parte e mentre venivan…o a ritirarlo mangiavano assieme.Ha funzionato bene.Visite mediche fino alle due del mattino.Poi ci consegnano nella casa vodoo certificato di onore e merito per il servizio reso alla popolazione haitiana.Che strana la vita. Poi partono i tamburi, e le danze.Cantano, e il terremoto e la fame stasera sono lontani”

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Segnaliamo anche il nuovo articolo di FTC per la rubrica Sporcomondo su Acta Diurna: Haiti prima niente, poi tutto
http://www.actadiurna.it/2010/03/haiti-prima-niente-poi-tutto/

Pubblichiamo qui di seguito un botta e risposta avvenuta via mail in data 1 febbraio. La pubblichiamo perché pensiamo che qualcuno ha avuto l’intelligenza critica e la sincerità di porla, ma sicuramente molti l’avranno pensata. [...]

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Il report da Malakimakongo (fonte http://soshaitimalakimakongo-it.blogspot.com/)

Ore 22.30.
Squilla il telefono.
E’ Masengo, finalmente la comunicazione telefonica riesce!
Al momento della chiamata Masengo (Malaki ma Kongo), Daniele (Find the Cure) ed Elien (Malaki ma Kongo-Haiti) si trovano a Port au Prince; hanno appena finito di passare alla radio Planèt Kreyòl nella trasmissione radiofonica “Kilti Kreyòl ” di Elien, la trasmissione indirizzata e molto seguita dalle comunità di base haitiane, in cui si parla di cultura, della protezione dell’ambiente naturale, dei casi di società, ma soprattutto di come curarsi con le foglie, le cortecce degli alberi e le radici quando mancano le medicine. E ora che le medicine sono arrivate, si fa informazione su come utilizzarle aprofittando della presenza degli amici venuti dall’Italia. Durante l’emissione c’è una forte interazione con il pubblico, che ha l’occasione di porre tutte le domande sui problemi che li riguardano.

Primo giorno nella capitale dopo gli ultimi passati nei vari paesini delle montagne a distribuire cibo, cure mediche e medicinali, dove non c’è assolutamente rete per telefonare, i caricatori dei cellulari di Masengo e Daniele erano rimasti al villaggio in montagna e quindi erano senza telefono. Ma alla radio sono riusciti a caricare, ed è così che finalmente la comunicazione ha avuto luogo. Fa sole e caldo a Port au Prince. In montagna invece aveva piovuto e faceva freddo.

Masengo racconta che sono molto stanchi; stanno lavorando un sacco per trasportare kili e kili di medicine e viveri nelle zone più remote delle montagne. Elien si sta facendo in quattro per riuscire a portarli in più posti possibili; lui stesso continua a curare gli ammalati assieme a Daniele; visitano circa 150 persone ogni giorno.

La comunicazione passa a Daniele; le sue prime parole sono “Stiamo facendo l’impossibile, qui. Siamo davvero gli unici… però quello che è positivo è che stiamo riuscendo a lavorare molto più di quello che avevamo previsto. Elien è felice. E’ una persona meravigliosa. E con Masengo abbiamo una grande affinità che ci ha portati a costruire una bellissima squadra qui ad Haiti.”

Si sente una carica positiva dal timbro delle loro voci, la soddisfazione di lavorare con persone di grande spirito che insieme riescono a raggiungere risultati positivi pur in condizioni estreme e difficili.

Infine la comunicazione passa ad Elien, che faccio appena in tempo a salutare quando la scheda telefonica mi tradisce con quella vocina che spunta all’improvviso dicendo “thirty seconds remaining”… così in fretta lo saluto e gli porto gli auguri di buon coraggio e buona fortuna da parte di tutte le persone che dall’Italia hanno sostenuto e sostengono questa missione; Elien ringrazia e sta per chiedere qualcosa ma…. click. La linea cade.
Mannagg….

Comunque fa piacere di sapere che le cose si stanno muovendo bene.
Di sicuro di lavoro ce n’è ancora tanto da fare e ce ne sarà anche per i prossimi mesi.
Noi non molliamo; continueremo a organizzare e partecipare a raccolte fondi per non abbandonare queste comunità montane di Haiti che FINALMENTE almeno questa volta hanno ricevuto un po’ di solidarietà e sostegno in tale tragico momento. E hanno saputo che c’è qualcuno che può arrivare fino a loro, che non sono soli!!!

 

Mission VII: day 10

2 mar
2010

Day 10

Il viaggio di oggi e’ piu’ emozionante del solito: siamo diretti ad Antarvedi ed e’ per tutti e tre una novita’. Dobbiamo pero’ aspettare l’apertura dei negozi per acquistare e portare con noi una scorta di farmaci per Fr Jinto ed i bambini che vivono con lui. Appena arrivati ci accompagna a visitare la scuola e la piccola missione adiacente.

Approfittando del fatto che i bambini sono impegnati nelle lezioni, facciamo un giro nei luoghi piu’ caratteristici della zona.

Durante il tragitto Fr Jinto ci espone quale sia il piu’ grande problema del villaggio: la mancanza di acqua.

Per assurdo, Antervedi si trova a pochi metri dall’oceano e dal grande fiume Godaviry ma l’abbondante acqua non e’ utilizzabile in quanto salata. Gli abitanti hanno a loro disposizione mezz’ora al giorno per raccogliere quella potabile in taniche ed ovviamente il tempo non e’ sufficiente per tutti…troppi restano senza. Non e’ facile trovare una soluzione ma non possiamo fare a meno di provare a cercarla.

Al nostro ritorno in missione abbiamo la gioia di conoscere quattro dei sei bambini di cui si occupa Fr jinto. Quelli assenti sono due bambini che insieme ad altri cento sono rimasti a casa perche’ contagiati da varicella ed orecchioni. Rassicuriamo tutti e spieghiamo loro quali accorgimenti adottare di fronte a queste due malattie.

 

Day 8
Mattinata dedicata al Cancer Hospital.
Per prima cosa ci rechiamo nella nostra infermer\ia e controlliamo le scorte agevolati dall’inventario consegnatoci da Elena. Mettiamo subito da parte i farmaci che porteremo con noi ad Antarvedi per i bambini di Fr Jinto e a Machillipatnam per gli anziani di Fr George.
A questo punto e’ d’obbligo un giro in tutto l’ospedale, sia per Desire’ che lo vede per la prima volta, sia per chi lo conosce bene. Ci fa piacere vedere che a distanza di un anno e’ ben avviato e puo’ accogliere un buon numero di pazienti: ci viene detto che i ricoverati sono circa 100.
Alle 11.30 appuntamento con Fr Thomas:come di consueto quando siamo ad Eluru lo accompagnamo nel suo giro di distribuzione del cibo.
Il confronto con il Food Program di Ponugodu e’ inevitabile. Il fatto che ci si sposti con il furgoncino e non siano le persone a venire da  noi ci permette di addentrarci meglio in questa realta’ indiana. Vediamo dove vivono le persone inserite nel programma e ci rendiamo ancora piu’ conto della loro estrema poverta’.
Ci colpisce inoltre che nonostante non abbiano l’orologio ci aspettano puntuali ai bordi della strada e che Padre Thomas e’ altrettanto preciso nel non mancare all’appuntamento.

Day 9
Ritrovo alle nove per l’unico Medical Camp programmato per questa missione: il gruppo oltre a noi tre e’ composto dal Dr. Rajandurai, medico dell’ospedale, da Sister Divya (infermiera) e da Babu Narendra, tecnico di sala che in questa occasione ricopre il ruolo di “tuttofare” (autista, traduttore e dispensatore di farmaci…).
Anche se la tipologia di pazienti che giunge per la visita e’ piu’ o meno la stessa, forse sono meno poveri, l’organizzazione e l’ubicazione dei Medical Camp di FTC sono diversa.
Ci viene messa a disposizione la stanza di un piccolo ambulatorio pediatrico al centro del villaggio di Chintalapudi dove visitiamo circa un centinaio di persone.
Ci sconvolge vedere quante donne giovani e meno giovani vengano a farsi visitare per quello che quasi sicuramente e’ un tumore al seno: tanti dolori reumatici ed articolari, lipomi ed affezioni respiratorie.
Il Dr Rajandurai seleziona 21 casi che domani verranno accompagnati con l’ambulanza in ospedale e qui operati.

 

Venerdì 26 febbraio, ora italiana 17,30
Preso riso, 40 sacchi, 1000 kg, più olio, zucchero, farina, andiamo verso il villaggio di belfontain a consegnarlo. Coperto tutto con telone molti predoni in giro. Metà strada con il furgone, poi muli, sei ore. Il villaggio è già in movimento con i muli per venirci incontro. Piccolo passo fatto

Domenica 28 febbraio, ora italiana 13,30
Il camion dopo tre ore di strada di rocce si è fermato a un guado troppo profondo. Dalla montagna come un richiamo sono scesi in tanti, solo due muli, per le donne. Quattro ore di cammino, due nel fiume due ripidi per salire la montagna. Incredibile dove riescono a vivere, incredibile fin dove la terra ha tremato. Siamo arrivati a mezzanotte,distrutti, ognuno un sacco di riso sulla testa o i borsoni di farmaci. Erano tutti li, fuoco acceso tra capanne, ad aspettarci. Nonostante l’ora hanno cucinato il riso per tutti, dovreste vedere come lo hanno mangiato,  sembrava il piatto più buono del mondo

 

Mission VII: day 6-7

28 feb
2010

Day 6
Come per i bambini la nostra sveglia suona alle sei perche’ stamattina abbiamo un arduo compito: fare loro le foto per aggiornare le famiglie adottanti. Dobbiamo approfittare dei loro momenti liberi per non interferire con le lezioni. Terminiamo rapidamente anche grazie all’aiuto di padre Varghese e mentre i bambini sono a scuola ci dedichiamo allo smistamento delle lettere dei “genitori a distanza” e alla preparazione dei giochi per la serata.

Anche oggi all’ora di pranzo con grande entusiasmo collaboriamo al “Food Program”: la cosa che piu’ ci colpisce e’ che nonostante ci sia a disposizione una buona quantità di riso e verdure gli anziani prendono molto ordinatamente piccole razioni piu’ volte… riceviamo da questa gente un altro grande insegnamento!!

Essendo l’ultima serata che trascorriamo qui, i bambini ci presentano uno spettacolo davvero emozionante: danzano e cantano senza sosta per quasi due ore. La loro gioia ci rallegra anche se nel nostro cuore gia’ aleggia un velo di nostalgia per la partenza di domani.

Day 7
Ci mettiamo quasi un’ora a salutare i bambini perche’ non ci lasciano andare via… o forse siamo noi a non volerlo fare!

Fr. Varghese ci ha fatto compagnia fino a Vigevada perchè lì come d’ accordo acquistiamo le stoffe per le nuove divise. Il viaggio trascorre tranquillo e arriviamo in città prima del previsto: questo ci permette di passare piu’ tempo nel negozio di tessuti.
E’ commovente vedere lo sguardo di Fr Varghese: emozionato e attento nello scegliere il meglio per i suoi bambini.

Dopo avere pranzato tutti insieme riprendiamo il nostro viaggio per Eluru dove finalmente ritroviamo Padre Jose. Ci accoglie calorosamente e davanti ad un buon caffè gli raccontiamo cosa abbiamo fatto fino ad ora.

Riabbracciamo anche Fr. Thomas e decidiamo di andare con lui al mercato nel colorato centro della città.

 
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