About Esther

Ci siamo, ultimo tramonto.  La montagna si tinge di rosa, placida, come tutte le sere di questi ultimi giorni.  Vincenzo gioca a calcio con i piccini dell’ostello.  Famiglia.  Dopo essermi sentita più di una volta impacciata e fuori luogo come il protagonista di School of Rock (ovvero la versione molto meno nobile e poetica di Robin Williams de L’attimo fuggente), mi guardo nelle tasche e ho l’impressione che sia molto di più quel che ho raccolto di quel che ho seminato.  Per ora so che mi porterò via gli sguardi profondi e bruni dei bambini che ti scrutano  le mani delle bambine che mi accarezzano i capelli ad ogni occasione, sono così diversi…Meshacki che, dopo aver tentato invano di insegnarmi a giocare a calcio mi dice Sister, now my leg is very very tired  i canti stonati delle dieci di sera dei ragazzi e i canti (intonati) delle sei del mattino delle ragazze  gli occhi grandi di tutti quando capisci che si aspettano qualcosa, ma non sai cosa

il silenzio di certi istanti

l’immensità di certi spazi

i ragazzi che capisci che farebbero qualunque cosa per proteggere i fathers,  quelli che ti dicono che sanno che se solo riuscissero a venire in Italia diventerebbero ricchi e tu che cerchi di spiegargli che non è proprio così  la faccia da principe azzurro di Sabri  il muso di Lilian il giorno che è arrivata a scuola con gli occhiali da vista, l’unica nel giro di migliaia di chilometri  le ragazze che si scatenano in adorazione dei ragazzi durante la partita di calcio, gli stessi ragazzi che durante il giorno quasi non osano nemmeno guardare  e sister Bindu che guarda sorridendo, come se quello fosse un angolo di trasgressione concessa  il bucato al lavatoio delle sisters in mezzo ai banani, sotto il sole del mattino, perché almeno le ragazze sono a scuola e non vedono che a me lasciano usare l’acqua del rubinetto invece di mandarmi a prenderla dall’altra parte del mondo

la certezza di quanto siano inutili miliardi cose che noi abbiamo

la certezza di quanto siano fondamentali alcune cose che loro non hanno

la certezza che sarebbe importante farglielo capire

la certezza di non sapere come fare, in fondo

la paura di sbagliare

Asante sana, tafuti mati babu

About Vin

Ultimo messaggio.

Abbiamo lasciato la missione già da cinque giorni. Ci siamo spostati a Zanzibar per ‘riposarci’ un po’. Ma qui le dinamiche assomigliano molto di più alle nostre e così mi accorgo di quanto sia faticoso lo stile di vita che conduciamo normalmente, persino quando siamo in vacanza.

Se penso a Msolwa? Continuamente e forse mi manca più di quanto io voglia far credere. Che cosa esattamente mi manchi non l’ho ancora compreso. Sicuramente le persone che cominciavano a non considerarmi più soltanto come un ospite; Ronnie, una cagnolina all’inizio difficile da avvicinare e che invece alla fine mi saltava addosso; quei venti minuti di intervallo durante i quali perdevo tre anni di vita, giocando con i più piccoli; le stelle di notte, così vicine da pungerti la faccia; l’albero in mezzo al campo da calcio; la spontaneità nei gesti e nelle parole che non sempre capivo; la notte che arrivava all’improvviso…Tutte cose che ho visto, vissuto con un’intensità che non immaginavo. Cose normali che fanno però sembrare il mio mondo piccolo, piccolo. Talmente piccolo che a questo punto non capisco più come ci si possa perdere.

Cosa ho lasciato a Msolwa? Tanta buona volontà ed entusiasmo, in perfetto stile Find the Cure e poi una casa che qualcuno prima di me aveva già cominciato a costruire: senza mura, senza porte e finestre, senza tavoli o sedie, senza un letto o una cucina, senza un bagno… Ma comunque una casa, dove basta entrare per un attimo per sentirsi come nella propria. Forse non è ancora abbastanza grande, ma ho fatto il possibile nel tempo che avevo a disposizione. A chi in futuro volesse visitarla e magari ampliarla, non c’è problema: la casa è sempre aperta. Basta trovarla.

 

Day 16-17-18-19

25 ago
2010

Giorno sedici da Esther

Non ci sono negozi di giocattoli. Non ci sono giocattoli, a parte qualche pallone nei negozi di roba varia. Non ci sono negozi per bambini, non ci sono passeggini, carrozzine, bambole, macchinine. E secondo i nostri canoni, in un paese dove credo che almeno il 30% della popolazione (se non di più) è costituita da bambini, appare strano. Sono tantissimi. E molti muoiono di AIDS o di altre malattie entro i cinque anni. Ora, tra questo e il delirio bimbocentrico della nostra società con gravidanze in estinzione ci sarà una misura?

Domanda del giorno.

Una giornata strana, un po’ come le magliette che metti a tingere nel tè o in qualche altra diavoleria e non sai bene come verranno fuori.  Programma.

ore 8.30 corsa a Ruaha per cercare di spedire per l’ennesima volta i post

ore 11.00 appuntamento con il teacher Issak per andare a scoprire qualche gruppo di performing arts locale (Find the Art in avanscoperta!)

ore 16.00 appuntamento con il coro per registrare – finalmente – un loro pezzo.

Niente di tutto ciò.

Quando alle sette e mezza usciamo dalla stanza e chiediamo se serve qualcosa a Ruaha, brother Leonard ci annuncia che verrà con noi per far la spesa. Fin qui ancora tutto sotto controllo. Certo, probabilmente ci metteremo un po’ di più del previsto, ma ce lo aspettavamo.  Allora, andiamo?  Wait, wait, wait! Hanno chiamato le sisters di Sole che devono andare in banca, bisogna recuperarne una e darle un passaggio a Ruaha.  Nota topografica: Sole è dalla parte opposta rispetto a Ruaha, tipo: siamo ad Asti, andiamo ad Alessandria, passiamo un attimo da Torino per raccattare qualcuno. Le distanze non sono le stesse, ma i tempi di percorrenza quasi e le strade molto, molto, molto peggio. Okay, ci stiamo comunque, partiamo?  Ma siete matti? Andare in giro con la macchina così sporca? Lavare subito!  Non importa, tanto tra dieci minuti è esattamente come prima, basta un po’ di acqua sui vetri… Tempo di pensarlo è dieci ragazzini sono già all’opera.  A questo punto il tempo assume la tipica forma elastica locale e tra una roba e l’altra fra le nove e mezza e le dieci si riesce a partire.  Teacher Issak viene con noi credo per essere sicuro che non ci perdiamo nella polvere.  Msolwa, Sole. Sole, Ruaha facendo una strada nuova, meravigliosa, in mezzo a sterminati campi di canne da zucchero. Arrivati in città, tutti a fare le cose che devono fare.  Ci ritroviamo qui? Okay, a che ora? Tra un po’… E di lì comincia un aspettarsi, cercarsi, rincorrersi, telefonarsi… Il cellulare di Issak è bollente, continua ad annunciare ritardi su ritardi.  Sì, arriviamo. Eh, c’è stato qualche imprevisto, ma arriviamo… Nel suo baritonale swahili si colgono “sister”, “Sole”, “Ruaha”, “Msolwa”. Noi ci sentiamo a disagerrimo, ma ormai è andata così. All’una riusciamo a trascinare fuori dal mercato Leonard, affannatissimo nella sua spasmodica ricerca di coloranti alimentari, zucchero a velo e liquore per preparare un dolce per la festa di domani.  Wait, wait, wait! I polli! Devo comprare i polli!  Okay, giro dal venditore di polli, benzina e si torna a Msolwa.  E intanto brother Leonard fa il conto di cos’ha dimenticato: praticamente tutto. Gli abbiamo messo troppa fretta. Quindi nel pomeriggio dobbiamo comprare ancora pesce fresco, watermelon, ribes (RIBES????????), banane piccole, banane da cuocere. Per la cronaca troveremo solo mini-angurie e pesce secco.  Ma non affrettiamo i passi. Si scarica la spesa e si riparte alla volta di Sole e poi finalmente verso i poveri gruppi di teatranti che ci stanno aspettando ormai da un’eternità. Per fortuna la direzione è quella giusta, dobbiamo raggiungere Man’gula.  E invece non avevamo capito, il primo gruppo è sulla strada PER Sole e quindi la sister si becca – un po’ stranita – una piece sulla magia versus medicina. Esatto: funzione educativa del teatro.

E qui a me arriva una botta emozionale non da poco.

In mezzo ad un coagulo di casette, in un edificio giallo e verde hanno creato un teatrino! Fondo sala leggermente rialzato, entrata sul palco da sinistra, platea con quattro sedie. Per noi.  Finestre grondanti grappoli di bimbi incuriositi. Il pubblico ride. Due ragazzini sono straordinari.  Non ci posso credere, credo che me lo porterò nel cuore per molto tempo.  Grazie, grazie a voi, guarda i miei disegni (Michael disegna davvero bene), qualcuno di noi canta anche, eh… prometto che la prossima volta saprò lo swahili…  E via.  Sole. See you soon, sister.  Man’gula.  È grande, Man’gula. Tante case in mezzo alla foresta, un mercato spettacolare, la stazione ferroviaria e il Man’gula Group of Art.  Ci aspettano da ore, hanno preparato una performance lunghissima, sono il gruppo vincitore di una competition regionale. L’atmosfera cambia, capiamo (solo ora, ebbene sì) che in realtà Issak non li conosce personalmente e ci sentiamo un po’ gli stranieri portati in visita, il miraggio del successo.  Non è un ruolo che ci si addice, non è quello per cui siamo qui, ma facciamo buon viso a cattivo gioco. L’emozione qui non è la stessa, cominciano a entrare meccanismi diversi, la magia è un po’ svanita.  E ora, che facciamo?  Purtroppo l’altro gruppo che dovevamo andare a vedere non è riuscito a riunirsi, ma già che siamo qui andiamo a pranzare a casa del mio step father, dice Issak.  Pranzare? Ma sono le quattro…  Merda, le quattro! Il coro! L’ulcera di Vince ricompare istantaneamente.  Siamo a venti chilometri. Mission impossibile. Appuntamento bucato. La vergogna cola come malta sulla nostra coscienza. Non ci resta che seguire il programma che Issak tesse e disfa come una improbabile Penelope comandata dallo squillo del telefonino. Siamo un po’ provati, l’ultimo gruppo, alla fine, non si presenta. Giusta nemesi.  Alle sei e mezza rientriamo alla missione. Non abbiamo trovato tutto quello che dovevamo comprare, ma in realtà nessuno ci chiede niente, forse erano fantasie di Leonard, chi lo sa.  Sono tutti riuniti intorno alla cisterna, si è rotto un tubo.  Pronto intervento McGiver si mette all’opera, sospiro di sollievo di Sibi che può abbandonare la scena del crimine e andare a prepararsi per la preghiera serale.  Sta calando la sera, aggiustare i tubi al buio è difficilissimo. La terra intorno alla cisterna è ridotta un acquitrino, piena di buche. I ragazzi rientrano alla spicciolata, il ritmo della missione è più forte di qualunque imprevisto. Solo Sabbri e Frederick non ci abbandonano e si accaniscono con noi a fronteggiare l’emergenza idrica.  È buio, la coltre di stelle è fitta e meravigliosa, ma non basta. La lotta con il tubo è strenua, forse abbiamo bisogno di sentirci un po’ utili, oggi… Devo farcela, sono sicura che Vince sta pensando questo, non posso mollare.  Salta la corrente. Le voci in preghiera che arrivano dall’ostello non subiscono nemmeno un fremito, continuano senza soluzione di continuità nel buio più assoluto.

Il tubo, quasi sistemato, si rompe in un altro punto.

Troppo.

Basta. Ci pensiamo domani.

Giorno diciotto da Esther

Sono giorni difficili… la missione scricchiola, ma qui nessuno perde il sorriso, evidentemente è assodato che i problemi sono altri.  Il tubo della cisterna ieri ha continuato a rompersi, ma alla fine Vince l’ha domato, con tanto di arrampicata libera su una scala che sfida qualunque legge della fisica.  Ma, tubo a parte, ieri era festa. Patronimo della scuola e della chiesa, Festa dell’Assunzione.  Leonard si è svegliato alle quattro del mattino per preparare il famoso dolce che supponiamo abbia messo insieme con la cementite. Ovviamente Nonna Papera Esther non ha resistito al richiamo della torteria e ha azzardato delle meringhe (con sbattitore a frusta montato sull’avvitatore da Orazio Vince, geniale!), meringhe che Pippo Leonard ha prontamente distrutto buttandoci dentro dell’acqua: così montano meglio. Come no. E quelle che dovevano diventare le decorazioni della sua torta si sono trasformate in una specie di crema pasticcera. Non un granché, ma almeno non abbiamo sprecato le uova.  Nel pomeriggio quel che è rimasto della torta di terracotta (praticamente l’intero capolavoro) è stato diviso tra i ragazzini dell’ostello, risultato: stamattina hanno tutti la sghiarola, come si direbbe dalle nostre parti, stomach pain, come si dice qui…  E nel frattempo sono sparite le cuoche (ieri sera cena improvvisata e autoprodotta), non si capisce perché. Leonard sostiene che sono incapaci e che per di più mal sopportano i suoi saggi insegnamenti…  Sempre a patto che non siano “per montare gli albumi a neve ben ferma, aggiungere acqua”…

Giorno 19  Da Vin

Sono le 19:00. Torno solo ora da Sole. Secondo e ultimo giorno. Ho promesso loro che avrei messo i vetri alle finestre e almeno in piccola parte ho mantenuto la promessa. Le finestre sono circa sessanta e io ne ho finite una decina. Non avevo gli attrezzi giusti, i telai sono pura arte moderna e come se non bastasse, io resto il solito pignolo. A darmi una mano c’era Akasi, un falegname del posto. Lavora bene, ma dopo un po’ mi fa capire che per fare il lavoro come pretendo io, vuole più soldi. Quando gli spiego che quel lavoro io lo sto facendo gratis, lui mi risponde che si è fatto tardi e deve andare a casa. Finestra batte Vincenzo 6-1.  Così torno a Msolwa e mi sembra un po’ di tornare a casa. E’ buio pesto (qui il sole tramonta presto e velocemente), non c’è il traffico a cui sono abituato nella mia città. Anzi, a dire il vero ci siamo solo io e qualche ragazzino sul ciglio della strada che mi saluta sbracciandosi e da lì capisco che un bianco si riconosce anche di notte. Guido un Vitara malandato e ad ogni chilometro mi aspetto che il motore cada a terra stremato. La polvere mi riempie la bocca ed io ormai la mastico come se fosse un chewingum. Decido che ogni granello che schiaccio sotto i denti corrisponde a qualcosa che mi manca della mia vita normale e così facendo viene fuori una lista, abbastanza lunga, che riporto di seguito in ordine casuale:  L’asfalto, un bagno caldo, poter mettere almeno la terza in macchina, la panna cotta, l’intraprendenza, un bel film, i miei gatti (Dante e Beatrice), l’italiano, il tempo libero, l’intimità, una camera spaziosa e ordinata, i miei soci, il mio letto, i miei capelli (ma questi mi mancano anche in Italia), dei vestiti che restino puliti per almeno un’ora. Quasi tutte cose futili, una di quelle che non lo sono è l’intraprendenza. Qui ne ho trovata pochissima e se ne sente la mancanza, così come giustamente sostiene Simone, manca la fantasia. Purtroppo non sono cose che stanno nella valigia. Ma in tutto questo pensare e con questo buio, ho perso un’altra volta la svolta a destra: non ho visto l’albero secco dopo la palma. Mi toccherà tornare indietro e masticare ancora un po’ di polvere.

 

About Simone…

14 ago
2010

CERCASI PIETRE PER MORDIROCCIA

Sono passati più di 10 giorni dal nostro arrivo a Msowa, ad oggi la missione sembra occupata: Siby è out causa postumi malaria, dopo aver rinforzato le difese contro intrusi (la notte scorsa qualcuno è entrato per rubare una bici e poco altro) stasera Esther e Vince hanno cucinato all’italiana e ci siamo ritrovati noi 4 a consumare a tavola. Colpo di stato silenzioso, un’altra stranezza.  Hanno colpito, facile e immediato, nell’ordine: il luogo (con il rosso, il verde ed il nero a gridarti nelle pupille la loro satura presenza), le stelle (non l’avrei mai detto, ma l’altra chiappa del planetario è così ricca di luci che può causare vertigini sei stai troppo col naso all’insù), la risata di Manoj (riesce davvero a sdrammatizzare ogni cosa, come se Omar Simpson ti leggesse la tua cartella clinica) che credo sia il motivo per cui oggi qui certe cose funzionino, in questi giorni ci manca molto, e l’energia dei bambini: è incredibile, nonostante si nutrano di riso, patate e mais, sembrano in ottima forma, corrono scalzi ovunque come se avessero pneumatici ai piedi, ballano senza musica come se non potessero farne a meno. Somiglierebbero a quelli occidentali solo quando hanno la malaria.

Peccato che succeda, spesso.

C’è dell’altro. Soprattutto domande, che arrivano di continuo, le accumuliamo silenti durante la giornata per mischiarle in una seduta di analisi collettiva, la sera.  Le news di radio Mutsowa occupata: Vince ha trovato la sua criptonite, gli ci sono voluti 2 giorni per fare 8 buchi (non riesce a perdonarselo) e come in un videogioco infinito per ogni tubo del lavandino che ripara (se ne è rotto un altro) vince 3 sister che in un agguerritissimo indy-english lo stordiscono con nuovi urgenti lavori di bricolage. Eredita le lezioni di disegno da Andrea. Si trasforma da Super Mario a teacher.INFATICABILE ma a rischio crampi.

Esther trasuda tenacia, non si arrende neanche di fronte alla carta swaili, da lezioni di teatro, inglese e italiano; ma soprattutto cerca di capire: è lei che chiama i ragazzi per nome, che scopre le dinamiche tra le classi, le diversità tra i sessi. Da “antropologa teatrale” è la testa di ponte in una società tutta da decifrare.  Babu Alfred, come viene qui chiamato, ha dell’indispensabile. La sua pazienza e la sua umiltà riportano tutto ad una dimensione reale, familiare, gestibile, qui dove i punti di riferimento sono veramente pochi. Indulgente con orde di bambini, insieme ad Esther si porta sulle spalle la prematura defezione di Chiara, li cattura declinando un semplice foglio di carta in dieci giochi diversi. Fatica teatrando, si taglia anche lui nell’impresa (qui sì titanica) di mettere le zanzariere. LIBERO.

Dal canto mio subisco il senso di inutilità del far di tutto un po (un altalena, una zanzariera, un intervista, a ciclo continuo e casuale) e gli effetti collaterali del Lariam.  Ci chiediamo quali possono essere i bisogni prioritari e perseguibili (sanitari a parte) qui, dove manca tutto. Non è facile dare una risposta. Perché a questo deserto di cose e possibilità si aggiunge la difficoltà di interpretare gli sguardi, i confini del consentito.

Poi mi accorgo che i bambini spesso imitano più che inventare: quando ci rubano l’avvitatore questo non diventa ne scettro, ne pistola, ne altro. Rimane avvitatore, fedele alla Black & Decker. Ce lo prendono dalle mani per bucare una tavoletta. Dalle lezioni di teatro viene fuori che c’è timore nell’ immaginare.  Conosciamo un ragazzo piuttosto sveglio del villaggio (il suo inglese è ottimo e ci fa da interprete in altre interviste). Ci svela certe abitudini tribali, ci dice molto sulla solitudine dei bambini. E’ acritico nei confronti delle importazioni occidentali, delle multinazionali (che qui si sono già prese molto). Ripone tutta la sua speranza nei libri di scienze (pochi) e della bibbia (una). Ci chiede poi un’opinione sui motivi della situazione Tanzana.

Viene ora in mente che, forse, ciò che non è mai incoraggiata ne dalla famiglia, ne dalle scuole (che dettate dall’urgenza Istruzione puntano su dottrine certe) è l’immaginazione. Qui tutto sembra collegato alla realtà o al futuro in perfetto stile capitalistico. Ma quante storie, fantastiche, vengono raccontate ai più piccoli? Quante scuole comprendono le fiabe, la letteratura del grottesco, dell’assurdo, dell’avventura? Ovviamente non lo so. Ma ho visto pochi bambini giocare con un tappo di sughero come se fosse un omino molto piccolo e se potessi azzardare un bisogno sarebbe il diritto alla Fantasia oltre che all’Istruzione. Perché credo è la Curiosità a muovere il mondo, a diventare iniziativa: per realizzare qualcosa che non c’è devo prima poterlo immaginare. E credo che la curiosità si allena con la fantasia, con il diritto a pensare e a credere nei bianconigli, oltre che con l’Inglese e la Biologia. Per questo credo che ci sia estremo bisogno di vecchi e nuovi Mordiroccia, Atreiu, lillipuziani e cappellai matti, Signori degli anelli, Baroni di Munchausen e Giochi di ruolo, di Arsenali delle Apparizioni, ombre cinesi, fumetti e di Isole che non ci sono.

 

Day 10-11-12-13-14-15

14 ago
2010

Day 9, sera. Da Esther

Sono partiti. Manoj, Francesco, Chiara e Andrea – sul fantastico Scudo della Croce Rossa di Saint Vincent – hanno lasciato Msolwa per andare chi all’ospedale di Doha (in bocca al lupo, Manoj!) chi per tornare a casa.  E’ una strana sensazione rimanere qui in pochi, c’è un’atmosfera rarefatta: oggi è sabato ed è il primo vero fine settimana che viviamo. Niente scuola, il cielo è pesante, non c’è il sole, molto silenzio.  Brother Leonard è a Ruaha a far la spesa e Father Siby è a letto con la malaria.  Vincenzo dice che si sente come quando in teatro finisce lo spettacolo e c’è ancora lo smontaggio da fare. È vero.  Poi, nel pomeriggio, le ragazze si mettono a fare il bucato, i ragazzi qualche lavoretto e i piccoli a giocare a palla. Il cielo si apre, si respira, il sole.

Un nuovo inizio, forse con ritmi diversi, forse no. Vedremo.

Ma ci mancherete, amici. Tanto.

Day 10 (da Alfredo)

Ore 8 del mattino: siamo in piena emergenza.

Oltre a Siby, affetto da malaria, che stamani va trasportato all’ospedale di Ifakara per controllo,anche una suora della vicina missione di Sole ha bisogno di assistenza. Inoltre la nostra cuoca è anch’essa ammalata. L’auto che aveva portato Manoj e gli altri a Dar Es Salama non ha fatto ancora ritorno, per cui Simo e Vince accompagneranno Siby con l’auto di padre Ligiu. La missione di Msolwa resta in mano a Ester, Alfredo e Leonard.  Ester ed io prepariamo la 2^ lezione teatrale che terremo alle 12,30.  All’ora prevista andiamo a prendere in classe ragazzi e ragazze e li portiamo, al solito, sullo spiazzo antistante la vecchia chiesa. Oggi iniziano con un esercizio a cerchi concentrici, poi passiamo al gioco dello specchio, alla camminata libera con blocco della persona, al muoversi del singolo con dietro un compagno che funge da ombra.  Non tutto riesce alla perfezione. Con più di sessanta individui da coordinare, cercando di spiegar loro cosa debbono fare, risulta difficoltoso avere la loro attenzione anche per la comprensione materiale dovuta alla lingua (non tutti sanno bene l’inglese). Inoltre si ha la percezione che parecchi facciano fatica a concentrarsi o seguano distrattamente le cose.

Vedremo come andrà domani con gli esercizi dati ad alcuni gruppi

Nel frattempo riceviamo notizia da Simone che la situazione di Siby è migliore del previsto. Il ritorno è previsto per il pomeriggio: e cosi avviene. Purtroppo durante il viaggio hanno forato e quindi Simo e Vince, appena rientrati, sono costretti a recarsi a Ruhaa per cercare di sostituire il pneumatico danneggiato. Intanto io riesco ad assemblare un’altalena per i bambini.  Cala la sera: il coro sta provando in chiesa.  I rumori si attutiscono ed io avverto il respiro dell’Africa che si fa più vicino e cerca di parlarmi con un linguaggio ancora sconosciuto: comprendere questo luogo e chi ci abita non è semplice, anche se tutto in torno a te è scandito da cose elementari. A volte si ha come l’impressione di infilarsi in un labirinto: tu sei certo e consapevole che l’uscita è a portata di mano, ma resti insicuro circa il percorso da fare.

Day 13 Da Esther

Stasera è successo. Tornando dalla (inutile) spedizione a Ruaha alla ricerca della connessione perduta, nel buio incerto della notte incipiente mi sono sentita a casa.

Mi sembravano familiari le buche delle strade, le sagome delle case, la gente, le biciclette cariche di banane carbone vestiti. Tutto normale.  Fermarsi a Msolwa a comprare qualche bottiglia di birra, intravedere le tv accese tra le maglie delle zanzariere, quasi come se riconoscessi le abitudini e come se la mia vita schizofrenica in realtà – dentro di me – fosse sempre andata a ritmo tanzano.  E stanotte ho sognato case provenzali nella foresta africana, in un palmeto dai fiori rossi.

Oggi era giornata di Lariam, sarà quello…

Day 14. Da Vince.

Il carrozzone si muove! Oggi si fa CINEMA. Selezioniamo i due protagonisti : Elia e Morine. Poi tocca ai personaggi secondari. Una quindicina tra ragazze e ragazzi. Poi, immancabile, Christian (otto anni)…la mia ombra. Ma Morine ad un certo punto rinuncia. Non riesce a sopportare il peso della notorietà e così viene sostituita da Gloria, la mia seconda scelta. Gloria all’inizio fatica ad entrare nella parte, poi Esther provvidenziale e miracolosa (non so ancora cosa le abbia detto) la trasforma in un’attrice holliwoodiana. E allora : “Motore… And… Action” – è da tempo che desidero dirlo in inglese – Simone alla camera: ha scelto l’inquadratura migliore. Non è completamente d’accordo con le mie scelte registiche, ma c’è poco tempo, domani lui tornerà a casa ed io senza di lui non ho alcuna possibilità. Portiamo a casa la prima scena, una scena corale (circa venti ciak), difficilissimo. Io che suggerisco le battute in swahili; Isa – il loro teacher – che mi dà una mano, un braccio e un rene… Esther che fa da trait d’union tra i ragazzi, Simone, Dio, Robert de Niro e me.

Seconda scena.

Solo i due protagonisti. Poche battute, ma Gloria è un po’ timida. I ciak si moltiplicano. I due non riescono a guardarsi negli occhi. Ma la scena lo impone e all’ennesimo tentativo la scena è buona…forse.  Sospendiamo e diamo a tutti appuntamento alle tre, per le riprese nel villaggio, già sapendo di non cominciare prima delle quattro (Qui l’orologio è solo un soprammobile). Ci raccomandiamo che indossino gli stessi abiti del mattino. Raccomandazione inutile e come previsto alle quattro meno un quarto ci trasferiamo nel villaggio. Devo ammettere che è emozionante, mi sento un po’ Fellini (con la meningite) a differenza di Simone che credo che si senta un po’ come uno spillo nel sedere di un elefante: la gente del villaggio l’ha ormai circondato; dove guarda lui, guardano tutti. Esther ed Babu Alfred (GRANDE) ci aiutano in tutti i modi possibili. Ma improvvisamente, il panico: la batteria della telecamera è in esaurimento ed è l’unica che abbiamo…si accelera il battito cardiaco di Simone che mi guarda come per annunciarmi che il mondo finirà oggi. Da qui in poi ogni ciak è buono anche perché stiamo bloccando il traffico di Msolwa e qualcuno si sta innervosendo.  Finalmente Elia dice l’ultima battuta in swahili ed io do lo stop senza aver capito neanche una parola. Le luci si spengono (si fa per dire) e il carrozzone torna a casa, forse più carico di quando è partito.

Day 15 da Esther

E siamo rimasti in due…

Babu e mtoto Rivoire sono partiti. Autobus stracarico verso Daar Es Salam.

Per la seconda volta riesco a trattenere le mie solite scene lacrimose. Uffa, al prossimo giro bisogna calcolare meglio il numero degli addii, ricordarsi.  Vince crea MBOXUTOOLU, ovvero versione africana di scatola Ikea per attrezzi.  E per tirarci su nel pomeriggio visitina di cortesia ormai di un vecchio amico, il vescovo Ngapi Ndorobo. Stavolta con tanto di sirene spiegate e due sole ore di ritardo.

Ça va sans dire che tutto il resto è rimandato a lunedì.

 

About Andrea…

8 ago
2010

Ogni giorno un lavoretto nuovo e il tempo vola, ce ne sarebbero da fare a milioni ma è ovvio non si puo’ , domenica dobbiamo tornare…

Cosa ho messo nello zaino finora?

Infiniti contrasti, vuoti, pieni, gioie immense e poi delusioni, sorrisi di bambini che farebbero volare gli ippopotami, ma anche sguardi tristi di occhi rossi di vecchi qui del posto…..sguardi di adolescenti che chiedono e che al sorriso aggiungono il gesto di Fonzie, quello con il pollice alzato; e la tua risposta? Anch’essa un pollice alzato ma che non sa che cosa dare…..strade di terra marrone polverose contornate da gente che vende l’inverosimile, persone in continuo movimento in bici, in moto , a piedi , in braccio o come una sacca dietro la schiena verso chi sa che cosa…’e allora il sorriso del bambino che all’inizio sembrava un gesto divino, una primavera incessante ora non mi basta, il saluto dei ragazzi qui della scuola si infrange e si spegne come una strada minata in un campo di canne (da zucchero)…..ma dove continuano a camminare e pedalare tutte queste persone, non lo so, neanche i miei pensieri riescono a star dietro a tutto questo sciamare..incominciano anche loro ad avere fretta? Telefonini per comunicarsi che non si hanno i soldi per pagare gli studi ai propri figli, macchine o moto fatte anche per consumare una benzina cara come la nostra…..ma dove continuano a camminare e pedalare tutte queste persone? Verso la brutta copia del nostro mondo che noi già incominciamo a rinnegare?….no, secondo me non c’è troppo da cambiare …..

ora è meglio il silenzio ……

E’ sera, qui attorno qualcuno russa perché stanco, le zanzare son meno del previsto lavoretto di domani : prendere il sorriso di un bambino seminarlo nel proprio cuore e giorno dopo giorno innaffiarlo, basta una nostra goccia per creare un mare di normale felicità….

 

Day 7-8-9

8 ago
2010

Giorno 7

La prima giornata di riposo dopo una settimana di continuo lavoro-visita al parco naturale.

Giorno ottavo  (da Francesco e Esther)

Venerdì…la giornata degli esperimenti. Eccoli a seguire: è mattina, sono le dieci, io e Simone, armati di una telecamera e un cavalletto, reperiamo al volo un interprete e partiamo per un piccolo esperimento pilota, intervistare la gente del villaggio di Msolwa. Non si tratta di un vezzo, ma siamo tutti convinti quaggiù che ci sia bisogno di capire qualcosa in più su questa gente, per orientare i nostri progetti futuri.

I padri della missione sono un interfaccia splendida, ma hanno un’altra cultura rispetto alla nostra, sono sacerdoti, vivono tutto ciò che fanno quaggiù con un senso profondamente diverso dal nostro, perseguono forse gli stessi nostri obiettivi, ma lo fanno in modo diverso e per un motivo diverso…per cui vogliamo farci la nostra idea, tutto qua.  E poi delle riprese video serviranno sicuramente in Italia per promuovere la raccolta fondi.  Dopodiché Find The Art muove i suoi primi veri passi.

Dalle 12.30 laboratorio teatrale con i ragazzi del pre-form: 62! Ommisignur!  Il cerchio rituale d’inizio era veramente immenso, spiegato nel campo da pallavolo, ovvero nel prato dietro la scuola. Meno male che siamo in tre (la premiata ditta AlfredoEstherVincenzo), non è facile gestire tanta gente così. Ma in fondo è più facile del previsto: c’è energia, la timidezza si trasforma in voglia di sperimentare e guardando i ragazzi mettersi in gioco si capiscono mille cose di loro. Alla fine avremo una ricca messe…

E poi – dalle 14.30 alle 16.30 – lezione di disegno con Chiara e Andrea.  Quanto non sono abituati ad esprimersi con linguaggi artistici! A parte l’eccezionale talento di Sabbri, copiare dal vero per loro è molto difficile. Ma Andrea è davvero una forza della natura e il suo “In art there’s no good or bad, you have to be proud of what you did” apre dei mondi.  Grazie per avercelo fatto capire – dice un ragazzo – ora so che ci posso provare.  Non c’è uomo povero se non quello che non sa pensare, Andrea chiude così. Enorme.

È questa la strada, questi sono i semini che noi pittorisaltimbanchigiullaricomicisuonatori possiamo gettare. E fioriranno. Basta crederci

giorno nono.

banana fritte:

comprare banane da cuocere,  pelarle e metterle in acqua tiepida. aggiungere polvere di turmorik. Lasciare a bagno per circa 45 minuti fino a che le banane non assorbono la polvere e diventano molto più gialle. tagliarle e fettine sottili sottili (come delle chips) e friggerle in padella con olio di semi. importante è metterle in padella un po’ alla volta. aggiungere sale e …buon appetito!!

…si conservano per circa 5 mesi in contenitori asciutti.

…si conclude così la cena offerta dalle suore di Sole, un piccolo villaggio non lontano da Msolwa, con uno scambio di saluti e di ricette. Le suore sono indiane e gestiscono una scuola e l’ostello per le ragazze. Tante altre facce, in un posto più isolato rispetto agli altri villaggi, la vegetazione si mostra per la sua bellezza e il suo fascino, ma con il sole ormai calato i congedi si fanno veloci e premurosi perché li la notte nasconde anche insidie.  Sarà perché si chiama Sole, sarà perché le ragazze e i ragazzi sono sempre belle scoperte, sarà perché le suore sono donne dolci e laboriose, ma quando si torna da laggiù è come tornare a casa dopo una serata passata da amici!

 

da Francesco

Io Esther e Chiara riusciamo finalmente a prenderci una mattinata intera insieme a Manoj per la programmazione della adozioni a distanza, per fotografare i bimbi che rientreranno nel programma, per prendere visione dei costi futuri di sostentamento della struttura…Vincenzo, Simone, Alfredo e Andrea si imbarcano in un’impresa a dir poco apocalittica: tamponare le finestre del primo piano della scuola, lato ovest, con le zanzariere e la rete metallica…mancano i listelli, mancano gli attrezzi, la scala è qualcosa di più simile a una scultura espressionista che a uno strumento di lavoro…per fortuna nessun ferito…

Per tirare su il morale alla ciurma l’Arch. Capellino e la sua dolce metà, alla sera, prendono possesso della cucina della missione e preparano (ci stiamo domandando tutti dove abbiamo trovato gli ingredienti, o per lo meno qualcosa che avesse lo stesso sapore) pastasciutta e frittatine di verdure alla piemontese.

da Vincenzo

Sesto giorno, almeno credo. Sto cominciando a perdere la cognizione del tempo. Qui è facile soprattutto per me, abituato a giornate da 28 ore. Oggi con Alfredo, Andrea, Simone e Chiara, abbiamo cominciato a mettere le zanzariere a quelle che saranno le nuove stanze da letto dei ragazzi. Si è rivelata un impresa titanica. Tutto si complica qui nel momento in cui cominci a fare qualcosa. E così le giornate si alternano a momenti di assoluto entusiasmo ad altri di devastante demoralizzazione. Fra le varie cose, mi sto specializzando come idraulico, ma ogni qualvolta aggiusto un tubo, se ne rompe un altro. Tutto questo però mi sta aiutando, almeno per ora, ad orientarmi in un luogo dove i problemi da risolvere sono davvero tanti. Quelli pratici sono i più semplici ed è per questo forse che passo le giornate a cimentarmi con il bricolage. Eppure so di poter dare qualcosa di più e per questo non mi do pace. Ma non so proprio da dove cominciare. Nessuno di noi forse lo sa. Siamo qui per tentare. E allora eccoci dare tutto anima e corpo, senza tregua perché i giorni sono sempre meno, dalla mattina fino all’una di notte, a lavorare e a dibattere elargendo a tutti un sorriso per nascondere la fatica, per mostrare che non abbiamo nessuna intenzione di restare fermi a guardare perché è chiaro che la sconfitta non appartiene a nessuno del gruppo partito per questa missione. E poi forse non è neanche così giusto parlare di sconfitta; non è una battaglia la nostra, non abbiamo armi e se le abbiamo ancora non sappiamo quali sono. In fondo a me basterebbe che anche uno solo di questi ragazzi riuscisse un domani a realizzare un suo desiderio, magari anche solo averlo un desiderio.

Tutte queste considerazioni le ho fatte in quello che ormai è diventato il nostro luogo di ritrovo: la panchina davanti alla casa di padre Manoj. Da qui la vista è limitata, soprattutto di notte. Una buganville copre quasi tutta la visuale. Si vede praticamente solo la scuola illuminata. La panchina non è nemmeno tanto solida e forse prima della partenza si romperà. Ma non è un problema. Ho deciso che nel caso, ne costruirò un’altra, più solida, per chi verrà dopo.

 

Day 5

4 ago
2010

Today is the day.

L’inaugurazione della scuola, il giorno per cui tutti – fathers, brothers, sisters, teachers e kids – lavorano indefessamente da mesi. La giornata inizia presto, ma presto davvero: alle quattro si ammazza la vacca che sarà il piatto forte della festa. Ed è normale che la mucca che ha pascolato di fronte alla casa per mesi sia destinata a diventare cibo: la necessità non lascia spazio alle ideologie.  Alle cinque tutta la missione si sveglia: i ragazzi si alzano, pregano, fanno colazione e si mettono al lavoro, gli ultimi ritocchi per il grande evento. La scuola è bella: bianca, spazzata di fresco da decine di piccole ramazze, decorata con foglie di mango e di banane. Le sisters hanno cucito, tagliato, incollato miriadi di piccole decorazioni colorate.  Alle sette si tende il nastro blu sull’ingresso. Anzi, alle otto, perché qui il tempo sfugge alla costrizione dell’orologio: le cose si fanno quando è ora o quando si può e non necessariamente le due cose coincidono con l’orario prestabilito. Quindi Vincenzo con il suo nastro blu, chiodi, fiocchi e martello dovrà aspettare… Ma in questa mattina di festa non c’è attesa sospesa, è tutto un fare, cucinare, rassettare, spazzare, sistemare. Decine di donne con decine di pentoloni cuociono i fagioli, il riso donato dagli abitanti del villaggio che ieri hanno setacciato minuziosamente, i pomodori e soprattutto la mucca.  Potenza della condivisione e della festa, per cui tutti hanno contribuito e tutti si danno da fare.

Colori, risate. How are you?

Alle nove e un quarto è tutto pronto, il vescovo deve arrivare alle nove e mezza. Speriamo, ci ha detto Manoj la sera prima, non è che sia molto puntuale… I ragazzi sono pronti, in divisa, schierati, i piccoli resistono quasi puliti nelle loro divise marroni e rosa, il coro si accorda, i sacerdoti sono vestiti per la cerimonia, la tavola in casa è imbandita per il caffè di benvenuto. Le nove e mezza.  Le dieci. Le dieci e mezza… Il vescovo non arriva. Le divise non sono più esattamente linde come un’ora prima. Manoj suda. Le sisters in piedi ormai da sei ore si accasciano sulle sedie. Le undici, le undici e mezza. Il sole scalda, Alfredo ha quasi esaurito un repertorio immenso di giochi con i bambini. I fuochi si assopiscono e le pentole vengono chiuse.  Attesa. Ma nessuno protesta, nessuno si scompone. What are we waiting for? The Bishop. Ah, okay.  Mezzogiorno, mezzogiorno e mezza, l’una meno un quarto. Ci siamo. Il vescovo è arrivato. In un instante tutto si ricompone. Il tempo di un caffè e la festa comincia, come da programma. Beh, almeno c’è più gente… ci sono anche quelli che credevano di arrivare per il pranzo…

E a me succede una cosa strana. Sono qui da quattro giorni e sono emozionata come se la cosa mi appartenesse. Sarà vedere Francesco che taglia il nastro e pensare a tutto il lavoro che c’è stato dietro, sarà pensare alla rabbia – oltre al dolore fisico – che deve aver provato Manoj quando li hanno aggrediti, sarà essere in mezzo a centinaia di persone che hanno tutta l’aria di crederci davvero, a questa novità della scuola, sarà che io piango anche guardando le pubblicità del Mulino Bianco, ma io sono emozionata. E mi piace un sacco.

Santa Messa, la chiesa è gremita. Forse mille persone? Chi lo sa.

Sono la meno indicata per dirlo, perché non ci sono. Oggi sono la make up artist per lo show che seguirà la messa, centoquaranta ragazzini che danno il meglio di sé per ringraziare, per far vedere alle famiglie quello che sanno fare.  E nel backstage di questo spettacolo, allestito nella chiesa ancora da finire mi sento a casa. Sister, sister! (perché io e Chiara ormai siamo sister…) Me, me! Tutti vogliono essere truccati per primi. Ho paura, brother, non me la sento di cantare, e se poi sbaglio? Where is my costume? My costume! Panico. Le ragazze lacrimano a farsi truccare gli occhi, non sono un granché abituate… Lo specchietto della piccola trousse per il trucco comprata a Ruaha ha un effetto deflagrante, nella casa delle sisters non c’e uno specchio da nessuna parte. Chi c’è dopo? I don’t remember who’s next! Le scalette dello spettacolo con il susseguirsi dei numeri attaccate ai muri a lato degli ingressi in scena. Gli insegnanti più agitati dei ragazzi. Come da copione. Come in un qualunque saggio di una qualunque scuola italiana. Due ore e mezza di canti, danze e scenette. Anche la durata è la stessa. Ma qui siamo in mezzo alla foresta. Grandioso.

Applausi. Cascate di quel suono argentino e incredibile che le donne di qui fanno con la lingua. Musica a palla nella grande chiesa per scatenare le energie. Il pranzo. Ed è davvero festa. Per tutti.  Per cominciare una nuova avventura, infinita, intensa.  E la comunità ne fa parte. I bambini andranno in una scuola che appartiene loro fino in fondo, in cui ci sono parti della loro esistenza, pezzi del loro tempo, momenti del loro lavoro, gocce della loro vita. Mi sono commossa di nuovo. E non siamo per niente al Mulino Bianco, per fortuna.  (Ester)

 

Da Francesco

E’ domenica e Fr. Manoj celebra la prima messa nella nuova chiesa. La struttura non è ancora finita, ma ha già i muri e un tetto.

Il pomeriggio è interamente dedicato a terminare i preparativi per la grande festa di domani: centinaia di persone sono accorse del villaggio per dare una mano a preparare le decorazioni per la scuola e il cibo per il banchetto. E’ davvero impressionante quanto in un anno questo villaggio si sia affezionato alla missione. I genitori dei bambini, organizzati in gruppi, hanno raccolto i soldi necessari per comprare parte del cibo, alla rimanente parte hanno provveduto i missionari. Ci sono donne che setacciano riso ovunque, i bambini puliscono le classi, noi veniamo trascinati da questo operoso esercito, Vincenzo e diviso tra l’attività di aiuto regista per lo spettacolo di inaugurazione e quella di artigiano, corre con il trapano in mano fino a mezzanotte a fissare tasselli, il nastro inaugurale, le luci al neon.

Io mi ritrovo alle undici e mezza di sera, appeso a un cornicione con Esther che mi tiene la pila a correggere con la vernice due lettere della scritta sulla facciata della scuola, perché il decoratore ha fatto un errore di grammatica a caratteri cubitali. Simone e Andrea stanno finendo delle nuove altalene e Chiara e Alfredo sono diventati ormai due marionette in preda ad un esercito di bimbi che non gli danno tregua.

…in un angolo c’è una povera mucca legata che non sa ancora che parte del banchetto sarà lei…

da Alfredo

E’ domenica! Padre Manoj dice la prima messa nella nuova chiesa. E’ una grande costruzione appena iniziata, fornita però di pareti e tetto. Mi viene chiesto di partecipare alla messa come diacono e di aiutare nel distribuire la comunione.  Accetto con gioia.  L’esperienza della messa è davvero bella.  Chiesa piena di gente, grandi e piccoli, tutti attenti alla celebrazione.  C’è un coro di voci splendide che si muove ed ondeggia a ritmo mentre intona canti di un’armonia sorprendente, vista l’assenza di qualsiasi strumento musicale.  Il rito è piuttosto lungo, circa due ore, ma presenta momenti assai particolari.

Ad esempio per le offerte vengono chiamati per nome alcuni dei presenti che si dispongono in fila davanti all’altare muniti di un sacchetto o scatola di legno: ognuno di essi rappresenta un nucleo familiare dei villaggi od insediamenti dei dintorni. La gente liberamente versa il proprio contributo agli uni ed agli altri e ciascuno ne riceve. E’ un via vai di persone che si intrecciano e donano con estrema naturalezza e semplicità.

Fantastico !

Nonostante il fatto che la funzione si svolga tutta in lingua swahili , la musicalità dei canti e la cadenza della preghiera creano un clima di intensa comunione.  Al termine ci si sente ritemprati e consapevoli che, per chi sceglie di “credere”, è sufficiente avere intorno a sé il calore delle persone che ti circondano.  Nel pomeriggio mentre sto realizzando con del cartoncino un copricapo da usare nella rappresentazione di domani (inaugurazione della scuola), mi si avvicinano diversi bambini del luogo. Decido allora di tralasciare un attimo il lavoro e mi metto a manipolare un piccolo origami di carta. In men che non si dica, nel giro di pochi minuti, una frotta di piccoli mi sta intorno e tutti cominciano a gridarmi “mimi” (che significa io), con gesti inequivocabili per dire che ognuno di loro vorrebbe qualcosa. Continuo a costruire cappellini e barchette ma, ad un certo punto, mi tocca smettere per la calca e le troppe richieste e la massa di esserini che si agitano, mi circondano, mi si attaccano alle gambe.

Rientro e mentre riprendo il lavoretto iniziato penso che se Dio fosse in quel momento visibile e toccabile, avrebbe gli occhi e le mani di quei bambini.

 

DAY 1-2

1 ago
2010

Eccoci finalmente a Msolwa.

Tornare quaggiù dopo più di un anno è una grande emozione, molte cose sono cambiate in questi quattordici mesi. La scuola adesso è grande, una vera scuola, ha due piani, 20 classi, un ufficio e presto, forse, un laboratorio di scienze e di computer. I bambini sono più di 130, c’è una chiesa che tra pochi mesi sarà finita, e un nuovo ostello delle suore.

La sera del primo giorno riversiamo nell’ufficio di Manoj i 120 kg di materiale che abbiamo recuperato in Italia. Riempiamo tre scaffali di libri, quasi un armadio intero di quaderni e cancelleria, poi ci sono i computer portatili, le cartine geografiche, un microscopio, ferramenta e poi tanti tanti palloni…beh in realtà quando lo portavamo nel bagaglio il materiale sembrava tanto e molto pesante , ora, dopo aver visto il numero di bambini e le necessità da soddisfare, sembra una piccola goccia in un oceano di necessità, ci consoliamo pensando che questo possa essere solo un inizio.

Ma la cosa più importane in questi giorni quaggiù sono i preparativi per l’inaugurazione della scuola di lunedì 2 agosto; appena arrivati ne siamo travolti tutti quanti. Il primo giorno si trasforma in un continuo correre per dare una mano a Manoj, alle sisters e ai ragazzi della scuola per rassettare le classi, pulire il prato, recuperare tutto il materiale avanzato dal cantiere e riporlo in ordine affinché tutto sia perfetto per il gran giorno.

Esther e Vincenzo, vengono coinvolti nella preparazione dello spettacolo, e si scontrano immediatamente con le dure leggi del teatro indo-africano, che non sono altro, in fondo che quelle dettate dalle sisters esigenti e preoccupate di fare una buona figura agli occhi del villaggio, Alfredo prepara i costumi per lo spettacolo con materiale di riciclo, io Andrea, Chiara e Simone diamo una mano con i lavori di sistemazione del cortile e delle aiuole.

Insomma fino a lunedì non c’è altro obiettivo che questo.

Manoj è davvero affaticato, un po’ per i problemi di salute, un po’ per l’immane mole di lavoro che sta svolgendo, cerchiamo di sbrigare un po’ di lavoretti al suo posto, ma credo che ciò di cui ha più bisogno sia tanto riposo e un po’ di tempo per migliorare le condizioni della sua mano e del suo ginocchio. Comunque la determinazione e la volontà con cui svolge il suo lavoro quotidianamente, vincendo il dolore e la stanchezza e la cura che ha per ogni cosa, sono davvero commoventi e mi fanno pensare che stia costruendo le solide fondamenta per il futuro di questo luogo.

 
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